La soluzione del problema


C’è stato un periodo, dopo L’11 settembre del 2001, in cui s’era diffusa una specie di panico relativo a possibili aggressioni, attentati, azioni di violenza ad opera di terroristi legati all’islamismo. Io stesso mi sorpresi a guardare alle mie spalle, mentre prendevo le ostie consacrate dal tabernacolo provvisto di una superficie riflettente. Nelle messe in cui partecipavano i poveri da noi assistiti, se uno di loro si portava le mani alla cinta o compiva gesti simili, temevo si lasciasse esplodere all’interno della chiesa. La medesima cosa si verificava sui mezzi pubblici e in tutti i contesti in cui si formavano assembramenti di persone.
Da allora, sono cambiate molte cose. Entrato nel cuore incandescente della profezia, certo di assistere a rivolgimenti epocali che metteranno in ginocchio il mondo intero, pronto ad aggrapparmi alle ali della Provvidenza in una sorta di film al cardiopalmo, non mi sono mai sentito tanto sicuro e tanto in pace.
La fede è un paradosso perché lo è la vita stessa: la amiamo ma dobbiamo morire, siamo fatti per lo spirito ma ci ritroviamo attratti dalla carne, siamo pensati per solidarizzare e ci scanniamo.
Comprendere la nostra condizione significa guardare in faccia queste e altre antinomie, che rimangono lì, anche negandole.
Se il mondo non consistesse in una serie di contraddizioni, potremmo pensare di cavarcela da soli, salvati da una logica di nostra invenzione. Il rompicapo, invece, ci costringe a ricercare altrove la soluzione del problema, se davvero per noi è così importante.

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Ti riconosco dall’accento. 3

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Il bene fa bene (Mt 18, 21-35)

da qui

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Apparizioni


Molti non credono alle apparizioni, invece a me sembrano normali. Mi piacerebbe vedere la Madonna: avrei parecchie questioni da proporle, ma soprattutto sperimenterei quel sapore che sogno da sempre, l’odore inconfondibile del paradiso. Qualcuno pensa all’aldilà come a qualcosa di anodino: secondo me si sbaglia. Io immagino un mondo dai sapori incredibili, dagli odori estasianti, dai colori quaggiù inimmaginabili. Confesso che certe volte, questa terra, mi sembra sopportabile soltanto perché esiste il paradiso, che non è qualcosa di alieno, ma una realtà che cominciamo a intravedere, a toccare, a fiutare già adesso, tra gli scarichi mortali delle auto, la pesantezza degli stati d’animo, le imprecazioni della vita quotidiana. C’è tanta bellezza che sottovalutiamo: sacrifici nascosti, gentilezze discrete, generosità di cui nessuno parla. È già qui che possiamo andare a caccia di sapori, di odori, di piaceri “altri”. Alcuni santi si associano a profumi: pensiamo a Padre Pio. Il segreto è guardare più in là, lasciare agli occhi, alle mani, alle narici, il tempo necessario per vedere e sentire ciò che in qualche modo neutralizza l’atmosfera di odio, sospetto o indifferenza. Se apparisse la Madonna, le chiederei di aprirmi gli occhi, gli orecchi, di allargarmi i polmoni per respirare la sua aria, ammirare i suoi colori, per gustare in questa vita stridente l’armonia del paradiso.

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Sapevatelo. 10

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Appartamento


Il mio appartamento è ridotto a una stanza, nella quale deve entrare tutto. Non è facile convivere con una vista fissa sulla citrosodina – presente in ben due confezioni -, con un metro estraibile che non si usa ma è bene conservare, con un borotalco spray creato per rimuovere macchie che rimangono lì (e resta inspiegabilmente pure lui).
Davanti a me c’è la serie di fiale Tredimin soluzione orale, che dovrebbe riesumare la vitamina D. La fila prosegue sui ripiani a destra, tra quei bioregolatori indispensabili che sono i libri.
in questo senso, c’è una parte di me che si prolunga nella mansarda dell’edificio ospitante, dove abbiamo trasferito i volumi provenienti dalla biblioteca del Centro giovanile, e che ora attendono qualcuno che li doti di scaffali.
Sul letto ci sono un piumino e due coperte, che d’estate non so dove riporre. Prima di andare a dormire, li sposto sulla sedia: riti quotidiani che celebrano la caducità del tempo e dello spazio, e acuiscono l’anelito agli ampi locali del paradiso prossimo venturo.
La statuetta della Madonna di Medjugorie è mezzo coperta dal Symbiotic GSE, integratore a base di fermenti lattici, frutto-olisaccaridi e principi vegetali, da prendere in contemporanea con il Broncho-Vaxom, che si sporge sull’angolo della scrivania, simbolo muto di una salute in bilico.
Sul modulo a sinistra, in alto, campeggia un’immagine enorme di don Mario: sorride con un dente solo e si commuove, in quell’impasto di riso e di pianto che è l’icona della sua vita inimitabile. Quando lo guardo, riesco a mettere insieme cose lontanissime: la confezione di saponette in offerta speciale, il presepe argentato racchiuso in una mano, la scatola vuota del tom tom…

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La celebrazione eucaristica di domenica 17 settembre sarà alle ore 16.00 al Santuario nuovo

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Fest(ival)


Aborrendo il festival di Sanremo, ho pensato per anni di non essere normale. Se fa tanti ascolti, mi dicevo, in difetto sono io. Mi sono disenteressato ai must della mondanità, come le discoteche, i pranzi di nozze, l’autoreferenzialità della politica. Non ho mai letto le rubriche finanziarie, le lettere al direttore, il Buongiorno di Gramellini. A confermare la mia anormalità c’era l’amore per Guccini, Clemente Rebora e il legno di Guajaco della linea Tesori d’Oriente, che infatti non c’è più.
Solo un po’ alla volta ho capito che i gusti sono sacri e dobbiamo coltivarli come tracce di un Progetto che da sempre ci riguarda.
Ma il bello viene adesso.
Lo scrittore a cui invano inviavo le mie email, oggi ha risposto. Là per là non credevo ai miei occhi. Ho pensato a una diffida, una minaccia, una sonora presa in giro. Invece no: mi ha risposto sul serio.
Volendo trovarci una morale, potrebbe essere questa: bisogna fare quello che sentiamo nostro, dirigerci dove l’anima è certa di dover andare, fosse pure una canzone di Guccini, o una poesia che commuove solo noi.
Felicità è dire grazie, anche se tutti si voltano dall’altra parte. Prima o poi l’amore torna indietro, come lo 08 su via di Saponara.

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Atti 20,35

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I dimenticati


Bisognerebbe scrivere il libro dei dimenticati: le persone a cui nessuno bada, anzi, che in genere vengono evitate, come avessero un marchio d’insignificanza, un grigiore intrinseco, invincibile, l’assoluta incapacità di emergere sul palcoscenico del mondo. Li riconosci perché stanno in silenzio, come se non avessero diritto alla parola, e in disparte, perché attenti a non invadere il territorio altrui, a essere i primi a togliersi di mezzo.
Bisognerebbe scrivere il libro dei dimenticati, perché introducono nella dimensione misteriosa del lasciare spazio, in un mondo in cui tutti fanno a gomitate; insegnano l’arte del togliere, tra gente che pensa solo a accumulare, contagiano la virtù dell’astenersi, in un contesto che si satolla di tutto fino a esplodere.
Bisognerebbe scrivere il libro dei dimenticati, perché ti guardano con un sorriso irresistibile, quando li accogli, come se avessi indovinato un segreto che fa bene più a te che a loro: perché i dimenticati, in realtà, si dimenticano di sé, sperimentando la formula esclusiva dell’amore, spesso contraffatto dalle degenerazioni del narcisismo e dell’autoaffermazione.
Bisognerebbe scrivere il libro dei dimenticati, se non fosse stato scritto da duemila anni. Ci hanno pensato in tanti, ma solo in quattro sono passati al vaglio della storia: Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Vale la pena leggere con attenzione, entrare nel mondo incantato del silenzio.

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