Lo statuto


Vogliamo essere pensati, amati, curati. C’è in noi una sorta di pretesa, un diritto acquisito chissà come, un dovere dell’altro di corrispondere ai nostri desideri. All’alba della vita è un dato certo: se non fossimo assistiti con tali prestazioni, ne usciremmo segnati. È il dramma dell’infanzia abbandonata, o maltrattata.
Crescendo, i termini si invertono: è a noi che viene chiesto di dare. Impariamo a cavarcela da soli, a credere normale che l’altro non ci pensi.
Eppure, in qualche parte del cuore, rimane lo statuto del neonato: l’essere oggetto di uno sguardo amante, mai distolto da lui. Più tardi, facendosi strada una saggezza nuova, affacciandosi al mondo dello spirito, si capisce che il bambino ha indovinato: quello sguardo esiste; sono gli occhi del Cristo, che non ci lasciano nemmeno per un attimo.

[l’immagine è tratta da un’opera di Marko Ivan Rupnik]

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La carta vincente


La croce fa paura. Ricorda la morte, il cimitero, qualcosa di oscuro, doloroso. Portare la croce significa soffrire. Quello che del nostro Dio non digeriamo, sin dai tempi dei capi dei Giudei, è il Crocifisso: è sconveniente, soprattutto se ha intenzione di scaricare la croce su di noi.
Eppure il segreto è proprio qui: in questa miscela di rinuncia e povertà; nell’andare contro se stessi, nel restare nascosti, nell’essere, in estrema sintesi, crocifissi con Cristo. Solo così è possibile risorgere, sperimentare la felicità senza più ostacoli. Non lasciamoci sfuggire la carta vincente, la formula infallibile: la Pasqua.

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Il Libro della Vita


Vogliamo essere eroi, santi, personaggi memorabili. Chi non ha avuto sogni di gloria?
Siamo cosa molto buona, dice il libro della Genesi, destinati a grandi cose: l’infinito, l’eterno. Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me, diceva Kant. Tutto vero. Ma poi Dio ci chiede l’impegno più difficile, quello veramente eroico: la fedeltà nelle piccole cose, cui nessuno fa caso, che non entrano nei libri di storia, ma solo nel Libro della Vita.

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Atto di fede

Quando pigiamo il bottone della macchina, non dubitiamo che esca il caffè; se apriamo l’ombrello, siamo sicuri che ripari dalla pioggia; se giriamo la chiave nel cruscotto, l’automobile si mette in moto. Durante la giornata, compiamo atti di fede a non finire: se facessimo attenzione, ci stupiremmo di affidarci tanto.
Invece, quando preghiamo Dio, perdiamo colpi: mi esaudirà? Sarò degno di chiedere? Dovrei avere, almeno, la stessa certezza che ripongo nella macchina, nell’efficienza del telefono, in qualsiasi altro moto di fiducia. Manchiamo sul più bello, proprio là dove potremmo averne un grande beneficio. Per questo il dubbio ci arrovella, e finisce per guastare anche l’ombrello, il distributore, l’automobile.

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La risposta

da qui

Dio si presta a equivoci. Molti lo vedono come un padrone esigente, altri come un sovrano indifferente al destino dei suoi servi. Uno dei peccati che si confessano spesso è la bestemmia. Curiosamente, anche in negativo: padre, io non bestemmio; excusatio non petita che la dice lunga sulla possibilità che il fatto avvenga.
Di Dio, si ignora il dato certo: Egli ama al di là di ogni misura, ci accoglie così come siamo, disponibile a fare tutto Lui, a cambiarci, per renderci felici. Perché non ci crediamo? Perché non lo vediamo per quello che è davvero?
La risposta, diceva un ebreo, soffia nel vento, la risposta soffia nel vento.

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Toccare Dio (Gv 20, 19-31)

da qui

Toccare Dio

Domenica 8 APRILE 2018
II DOMENICA DI PASQUA o della DIVINA MISERICORDIA (ANNO B)​ Continua a leggere

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Saluti e baci


A volte mendichiamo affetto: ci restiamo male se qualcuno non saluta, se non è cordiale, se non ci accoglie secondo le nostre aspettative. Sogniamo che il mondo ci dia importanza, che riconosca in noi valore e dignità. C’è bisogno di aggiungere che le cose non sempre vanno in questo modo? Allora la tristezza si fa strada, si avverte il peso della solitudine, ci si sente inutili e frustrati.
Il fatto è che ignoriamo d’essere in buona compagnia: gli angeli e i santi, per dirne una, sono sempre disponibili a soccorrrerci, a viziarci di affettuosità come fanno gli zii coi nipotini. Certo, ciò richiede la consapevolezza d’essere uno di quei piccoli di cui parla Il Vangelo. Se ci scopriamo tali, cominceremo a sentire i baci e le carezze, e non ci importerà se qualcuno non saluta come Dio comanda.

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Preferenze


Quando notiamo che Dio fa preferenze, ci restiamo male. Leggendo di Abramo che era l’Al Khalil, l’amico di Dio, che Davide era l’uomo secondo il suo cuore, che c’era un discepolo che Gesù amava, potremmo provare un sentimento d’invidia, di rivolta: perché loro e non noi? Possibile che il Signore discrimini, benefici qualcuno a scapito di altri? C’è gente che ha ammazzato, per questo: vedi Caino, nel grande simbolo del libro della Genesi.
In realtà, ciò che Cristo fa e dice per un’anima, lo fa per tutte. Noi siamo suoi amici; se potessimo soltanto immaginare quanto questo sia vero, ci scuseremmo per il resto della vita.

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La celebrazione eucaristica di domenica 8 aprile sarà alle ore 16.00 al Santuario nuovo. Alle ore 11.15 alla Sacri.

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Tenerci


Se facciamo qualcosa per qualcuno, non possiamo non essere contenti. Ci affezioniamo alla nostra fatica, al frutto del lavoro compiuto: come si dice in modo famigliare, ci teniamo. A volte sono piccole cose: per me, la catechesi, i colloqui, la preghiera, il soccorso a un bisognoso.
Cristo è morto, per noi peccatori: come può non tenerci? Per questo, a ogni occasione, con qualsiasi pretesto, dovremmo raccomandargli la nostra e le altre anime. È un modo infallibile per renderlo felice.

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