E vissero infelici e scontenti


C’è gente che s’impegna per essere infelice: può sembrare un paradosso, ma è così. In fondo, non è tanto difficile: basta coltivare l’egoismo, straimpiparsi della sorte degli altri, trascinare la vita tra vizi e noncuranze.
Il conflitto fine a sé stesso è un ottimo ingrediente per confezionare un senso duraturo d’infelicità. Essendo fatti per stare ia armonia, proviamo angoscia e disagio quando siamo in rotta con qualcuno per futili motivi. Ma ci si può rendere infelici anche restando muti se c’è da intervenire, quando per quieto vivere lasciamo correre ingiustizie palesi, o non interpelliamo un fratello che a nostro parere sta sbagliando.
La causa prima d’infelicità è la mancanza di amore: capita spesso di non averlo ricevuto quando era indispensabile. La soluzione, al riguardo, sarebbe lasciar modificare la propria personalità profonda attraverso l’esperienza concreta: è questo, per esempio, il caso di una religiosità vissuta come contatto vitale con un Dio che è “agàpe” (1 Gv 4,8). Dicevano i Padri che la fede comincia quando ci si sente veramente perdonati. Il che significa amati. Non c’è niente di meglio che mettersi davanti a un paesaggio naturale (di mare o di montagna, un’alba o un tramonto), avvertire che è stato concepito anche per noi, e deciderci a fondare su questo amore, su tale straordinaria bellezza, la nostra identità: accorgerci degli occhi che si aprono, delle orecchie che ascoltano, perché sono in sintonia con la legge che ha dato vita al mondo.
Ma la persona che sa rendersi infelice non alzerà mai lo sguardo verso il cielo: continuerà a fissare buche, tombini, marciapiedi…

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La mossa della torre


Ti è mai capitato di non capirti con qualcuno? Qualsiasi cosa si dica, s’interpreta a rovescio. Diventa quasi un gioco, in cui ciascuno, o uno dei due, si rende conto che è inutile ostinarsi, tanto si resta al palo. In gergo biblico, si chiama Babele: come allora le lingue vennero confuse, perché l’uomo voleva farsi un nome, così anche oggi, e forse per lo stesso motivo. Il lupo perde il pelo, si dice, ma non il vizio.
Eppure, sappiamo che la vita di fede è proprio un cammino dal vizio alla virtù: dunque il lupo può correggersi, se intende progredire.
La Bibbia ci fornisce l’antidoto alla maledizione di Babele: è quanto accade nella Pentecoste, in cui gli apostoli parlano nella loro lingua, ma ognuno li comprende nella propria. Cosa è successo tra i due eventi?
La soluzione è semplice: nella costruzione della torre, l’io dell’uomo è al centro, campeggia con orgoglio al primo posto della scala di valori; se ognuno persegue i suoi interessi, l’effetto inevitabile è rendersi stranieri gli uni agli altri, scoprire l’impossibilità assoluta di comprendersi. A Pentecoste, invece, in primo piano c’è lo Spirito di Dio, l’armonia del progetto originario, in cui ognuno pensa all’altro, si concentra sull’altro; ed ecco che accade il miracolo: ci si capisce, ci si incontra, si impara ad amare il prossimo come se stessi.
Siamo sempre in bilico tra Babele e Pentecoste: dobbiamo scegliere tra la solitudine affollata della torre, in cui l’altro è sempre uno straniero, e un vento che soffia dove vuole, portando vita, comprensione, intimità.
La mossa della torre, insomma, è un problema antico come il mondo.

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Meglio prenderla a ridere. 5

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Una risata


Meglio prenderla a ridere, si dice.
Siamo tentati, a volte, di ridere su tutto: sulle promesse del governo, le imprecazioni degli automobilisti, gli incidenti domestici di poco conto, i personaggi propinatici nelle pagine dei giornali o nei talk show. Ridere della prosopopea di chi si crede qualcuno, di noi stessi, quando siamo incapaci di comprendere e di amare. Ridere di tutto, fuorché delle disgrazie: come quando sorpresero quei due a ridacchiare dopo il terremoto, perché fiutavano l’affare. Impossibile ridere del male che tormenta il mondo, che schiaccia le persone, un male per cui è lecito soltanto piangere, patire, condividere.
Qual è il confine tra ciò che giustifica una risata liberante e ciò che chiede silenzio perché l’altro è me stesso, ed è mia quella carne sofferente, impossibile da consolare?
Mi ricordo di Zaccheo: cosa ha provato Gesù, scorgendo l’uomo di bassa statura appollaiato sull’albero in attesa di vederlo, e impegnato a nascondersi, nello stesso tempo, agli occhi della gente? Secondo me, ha riso. E ridendo di Zaccheo, ha riso di noi tutti, commedianti goffi sul palcoscenico del mondo, consunto e sgangherato.
Potesse raggiungerci il sorriso di Cristo, donandoci il senso delle proporzioni, affidandoci a un destino più consono alla nostra dignità di esseri creati a immagine e somiglianza dell’Altissimo. Solo così una risata non potrebbe seppellirci, ma ci farebbe risorgere, rinascere dall’alto. Solo così vivremmo all’altezza di noi stessi, e non saremmo il solito circo di nani e ballerine.

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Segreti. 70

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La borsa


È difficile che stiano dentro un ordine le cose della vita. Le vedi tracimare qua o là, t’impegni a infilarcele di nuovo, ma senza risultato: è come uno borsa piena fino all’orlo, che rifiuta ogni carico ulteriore. È una questione da risolvere, perché occorrono criteri efficaci per dirigere il flusso vitale verso il bene. Scegli norme più elastiche, e almeno in apparenza più capienti: allarghi la borsa, per restare nella metafora iniziale. Ma incombe il momento in cui vedrai apparire di nuovo un bitorzolo, un pennacchio, uno spuntone.
Probabilmente, il problema non è stipare tutto lo stipabile, ma accumulare con maggiore oculatezza, discernere tra ciò che è degno di restare e ciò che invece può essere perduto.
La vita è togliere: il monachesimo insegna che si può essere felici quando avanzano una cella, un tavolo, il tempo per pregare e lavorare. Allora, miracolosamente, la borsa diventa sufficiente, anzi, c’è spazio per un libro, un ombrello portatile, una custodia per gli occhiali.
Nell’era dei centri commerciali, quello che occorre è presto detto: vai, vendi quello che hai e dallo ai poveri; poi vieni e seguimi.
Ma di fronte al Vangelo, siamo presi da una frenesia di fuga, infiliamo ansiosamente roba su roba in una borsa che comincia a creparsi, a sfilacciarsi, a esplodere…
Rimangono, alla fine, due sole prospettive: la borsa o la vita, la quantità o la qualità, il superfluo o l’essenziale.

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Sapevatelo. 4

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Il Progetto. 51

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Hananuma


Mettiamo che ti chiedessi a bruciapelo se ti senti felice. Lo so, ti irriteresti: è una domanda imbarazzante, per qualcuno addirittura stupida. Ma pensaci bene: la vita ha un senso? Se sì, potrebbe coincidere con la ricerca di una gioia per molti sconosciuta, da altri negata per principio, per altri ancora fonte d’angoscia, perché foriera di conferme sull’inadeguatezza della propria vita?
Prima o poi, dovremmo avere il coraggio di rispondere a domande come queste. E allora interrogo anche me: sono felice? Lo sono stato, in qualche scampolo della mia esistenza? Sempre, mi dico, quando Dio ha visitato la mia vita. Obiezione: è un medico della mutua, Dio? Uno che visita i pazienti?
Il vero paziente, rispondo, è proprio Lui. Si mette alla porta sperando che gli apriamo. A volte attende per anni, per decenni. Ci si illude che abbia desistito, che si decida a cambiare quartiere, continente, o almeno condominio. E invece è lì, più paziente che mai, come se tutto dipendesse dalla mano che abbassa la maniglia, dagli occhi che incrociano il suo sguardo, dal cuore che accetta di fare l’esperienza d’incontrarlo. Lui è nella macchina con te, ti segue nel tuo ufficio, al bancone del bar, nel campo dove passi col trattore. Ogni tanto si fa vivo in un pensiero, un sussulto, un sentimento.
Tu provi un’emozione inaspettata e pensi a tutto tranne che a Lui, che ti ha sorriso e vorrebbe una risposta, un segno d’intesa.
Sei felice? Te lo chiedo di nuovo. Me lo chiedo.
Esco per vedere se sta lì, dietro la porta, con gli occhi così limpidi e profondi che neanche il mare di Hananuma può reggere il confronto.

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Un giorno


Ci sono vittime predestinate a cui va tutto male. Se possono essere lasciate, lo saranno, se si affaccia il rischio di perdere il lavoro, accadrà di sicuro, se si profila la possibilità d’inciampare in una pietra, un marciapiede, un pezzo di legno caduto sulla strada, senza meno si realizzerà.
Sono persone tristi, rassegnate, che non sembrano far caso più di tanto alla catena infinita di molestie da cui sono colpite. Tuttavia, come nei libri o al cinema, qualcosa di buono deve pur succedere: a volte neanche se ne accorgono, altre, abbozzano un sorriso timido, come a scusarsi per essere uscite dal solito cliché.
A questo punto, hanno davanti due strade: considerare l’accaduto come un semplice incidente, una svista del destino, che si è dimenticato di vessarli; oppure prendere la palla al balzo, alzare il capo, pensare che se qualcosa di buono è capitato, potrebbe replicarsi un’altra volta, e un’altra, e un’altra ancora, fino a influire su tutte le abitudini, a produrre una visione alternativa, a credere che Dio esista anche per loro, e possa mettere in atto quello che i credenti usano chiamare Provvidenza.
È bello vedere una persona cogliere d’istinto l’occasione, permettere agli eventi di sconvolgere il passato: valeva la pena venire lasciati, perdere il lavoro, mettere il piede in fallo cento volte, se un giorno ci succede, all’improvviso, di cambiare sguardo.

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