La tristezza, pensiero cattivo.

tristezza
La tristezza ha un senso e una funzione: il bambino che avverte una separazione dalla madre piange, perché lei si riavvicini. Si tratta sempre, dunque, di una perdita, che può essere di vario genere e natura. Questi stati sono da attribuire, più che a una causa di tipo psicologico, a motivi di natura spirituale, più difficilmente individuabili e riconoscibili.
Anche Car Gustav Jung sosteneva che la persona si trova, intorno ai quarant’anni, a fare i conti con l’infinito: da adolescenti affrontiamo le grandi domande esistenziali, che poi mettiamo da parte per costruire un lavoro, una famiglia. Le domande ritornano, più tardi, provocandoci sul futuro e sul tema più scottante, quello della morte.
Ecco perché sorgono l’esigenza e la necessità di ritrovare se stessi, in un momento di silenzio, per capire quali siano le perdite che ora ci affliggono, per aprirci a orizzonti inediti e alla dimensione sconosciuta dello spirito. Se invece ci chiudiamo, rifiutando la sfida, tarpiamo lo spirito e ci priviamo di scenari più consoni alla nostra vocazione.
Per questo i Padri identificavano nella tristezza l’ottavo pensiero cattivo, un ostacolo grave alla crescita spirituale e umana, l’imporsi dell'”uomo vecchio”, che impedisce la cosiddetta “divinizzazione“, condizione indispensabile della felicità.
Si tratta di un cammino che non si può fare da soli: è necessario lasciarsi guidare dalla Chiesa e soprattutto fidarsi, farci prendere e portare per mano in direzioni che non potremmo mai conoscere senza l’aiuto del Signore.

Annunci

Informazioni su fabrizio centofanti

E’ laureato in Lettere moderne con una tesi su Italo Calvino. Prima della vocazione sacerdotale è stato collaboratore di Mario Petrucciani nella cattedra di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università La Sapienza di Roma. Numerosi suoi saggi e recensioni sono stati pubblicati in quegli anni su “Letteratura italiana contemporanea”, Rivista quadrimestrale di studi sul Novecento, diretta da Giorgio Petrocchi e Mario Petrucciani e “La Discussione”. Suo un saggio su Leopardi e Rebora inserito nella raccolta di Atti del convegno di Ancona sull’autore di Recanati, dal titolo Leopardi e noi. La vertigine cosmica. Edizioni Studium, a cura di A. Frattini, G. Galeazzi e S. Sconocchia. Ha partecipato a diversi convegni letterari fino al giorno in cui è entrato in seminario. E’ sacerdote diocesano a Roma dal 1996, parroco dal 2005. Ora opera al Santuario della Madonna del Divino Amore, nel campo della spiritualità e dell’approfondimento della sacra scrittura. Studioso dei vangeli, tiene da molti anni una Lectio divina settimanale. Ha pubblicato: - un volume su Calvino (Italo Calvino. Una trascendenza mancata. Istituto Propaganda Libraria, 1993. (Nel 25° anniversario della morte è uscito per i tipi della Clinamen.) - uno su Rebora (Il segreto del poeta. Clemente Rebora: la santità che compie il canto. L’immagine interiore dagli appunti sul messale, Milano, Istituto Propaganda Libraria, 1987) - numerosi saggi e articoli di natura letteraria. - Le parole della felicità, edito dalla Laurus Robuffo, 2005. - il libro di racconti Guida pratica all’eternità, Effatà editrice, Torino, 2008. - Pret(re) à portér, Effatà, 2010. - Non superare le dosi consigliate, Effatà, 2011. Nel 2011, la casa editrice Effatà ha pubblicato il primo romanzo, Ecco l’uomo. Il secondo, del 2012, Nessuno è più importante di te, è uscito con Amazon. Un saggio su Rebora si trova in Marino Magliani, Il magazzino delle alghe, Eumeswil 2010. Ha pubblicato, nel 2012, il volume di poesie Nomen omen. Con Clinamen ha pubblicato, nel 2012, il romanzo E’ la scrittura, bellezza! Per Effatà, nel 2012, il romanzo Stelle. Per Clinamen, nel 2013, il romanzo Yehoshua. Per Effatà pubblica ancora, nel 2013, Salva L'anima e Il Vangelo come non l'avete mai letto. E’ tra i fondatori della rivista “L’Attenzione”. E’ fondatore, insieme con Franz Krauspenhaar, del blog collettivo La poesia e lo spirito (http://lapoesiaelospirito.wordpress.com), dove attualmente scrive. Le omelie sono raccolte nel blog Gesù per atei.
Questa voce è stata pubblicata in Catechesi del lunedì e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

4 risposte a La tristezza, pensiero cattivo.

  1. marilena7 ha detto:

    Tutte le volte che sentirai la disperazione dell’anima e continuerai a sorridere e a parlare agli altri di speranza;
    Tutte le volte che sentirai la morte dell’anima e continuerai a sorridere e a parlare agli altri di amore e ad amare concretamente;
    Tutte le volte che avrai l’anima piombata nel buio più assoluto e continuerai a sorridere e a parlare agli altri di luce;
    Ti sembrerà di fare una commedia, di non essere nella verità.
    Ricordati:
    quella è la Commedia Divina, è la logica del dono autentico!
    È essere con Gesù sulla Croce!
    Chiara Lubich

  2. robysda ha detto:

    A volte la nostalgia avanza prepotente dando spazio a pesanti solitudini. Un dono da cogliere, a pensarci bene, tempo “triste” da ribaltare: solitudine per ascoltare, quindi, rafforzarsi e demolire gli impulsi negativi.

  3. Nadia5 ha detto:

    Come mai il commento sul vangelo di Cristo Re non si apre? Ho avuto il tempo di ascoltarne dei frammenti… e’ ricchissimo di contenuti ! 😟L’audio e’ accettabile! Riguardo la tristezza, penso che e’ prezioso il consiglio che ci dai di metterci in silenzio davanti a Gesu’, equivale a lasciarsi guarire dallo Spirito. E’ altrettanto vero che non possiamo intraprendere questo cammino da soli, abbiamo bisogno di una guida, aprirci, condividere! Grazie. Nadia

  4. ema ha detto:

    Alla tristezza

    Tristezza, ho bisogno
    della tua ala nera,
    c’è troppo sole, troppo miele nel topazio,
    ogni raggio sorride
    sui prati
    e tutto è luce rotonda intorno a me
    e tutto, in alto, è come un’ape elettrica.
    Perciò
    la tua ala nera
    dammi,
    sorella tristezza:
    ho bisogno che si estingua qualche volta
    lo zaffiro e che cada
    l’obliquo rampicante della pioggia,
    il pianto della terra:
    voglio
    quel tronco spezzato nell’estuario,
    la vasta casa buia
    e mia madre
    che cerca
    paraffina
    per riempire il lume
    finché la luce
    non esalava l’ultimo respiro.
    La notte era lenta a venire.
    Il giorno scivolava
    verso il suo cimitero provinciale
    e fra il pane e l’ombra
    ricordo
    me stesso
    alla finestra che guardavo ciò che non era,
    ciò che non succedeva,
    e un’ala nera d’acqua che calava
    su quel cuore che lì forse
    ho scordato per sempre, alla finestra.
    Ora, rimpiango
    quella luce nera.
    Dammi il tuo lento sangue,
    pioggia
    fredda,
    dammi il tuo volo attonito!
    Al mio petto
    rendi la chiave
    della porta chiusa,
    distrutta.
    Per un minuto, per
    una breve vita,
    toglimi luce e lascia
    che mi senta sperduto e miserabile,
    che tremi tra le fibre
    del crepuscolo,
    che riceva nell’anima
    le mani
    tremebonde
    della
    pioggia.

    Pablo Neruda

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...