La musica di Dio (Lc 15, 1-32)

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La musica di Dio

Omelia di don Fabrizio Centofanti

Domenica 11 settembre 2016 (XXIV Domenica del Tempo Ordinario – anno C)

Dal vangelo di Luca capitolo 15 versetti 1-32
In quel tempo 1 Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. 3Ed egli disse loro questa parabola:
4″Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? 5Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, 6va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. 7Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
8Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? 9E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. 10Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”.
11Disse ancora: “Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. 20Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 31Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato””.
❶ Oggi la liturgia ci presenta la parabola che un tempo si chiamava “del figlio prodigo”, ma che oggi viene definita meglio “del padre misericordioso”.
Proprio di fronte a questo padre che perdona tutto, che va incontro in ogni modo al figlio che sbaglia, che sembra non trovare alcun ostacolo al proprio amore, può sorgere una domanda legittima: “perché dovrei sforzarmi tanto, se questo padre mi ama così, in modo così incondizionato, indipendentemente dalla mia condotta?”.
A questa domanda si può rispondere in un modo solo: perché il peccatore soffre.
Il figlio minore si trova in mezzo alla carestia e si rende conto di morire di fame.
IL PECCATORE SOFFRE PERCHÉ NON HA IL NUTRIMENTO PER LA SUA ANIMA.
E DA QUESTA SOFFERENZA NASCE LA TRISTEZZA, come dicevano i Padri della Chiesa: “la tristezza è l’ottavo pensiero cattivo, l’ottavo vizi capitale”. Una tristezza che ci impedisce di vivere il presente perché, ripiegati su noi stessi, ci lamentiamo e siamo insoddisfatti.
IL PECCATO PORTA SOLO TRISTEZZA, PERCHÉ LA VERA VITA VIENE DAL PADRE.
È questa la prima certezza che ci dà questa parabola.

❷ I due fratelli hanno un peccato in comune: AMBEDUE CONSIDERANO LA CASA DEL PADRE COME UNA PRIGIONE che li soffoca negando libertà e piacere e costringendoli al dovere. Non conoscono la libertà dei figli che si sentono amati dal padre.
Per questo se ne vanno: il minore fuggendo, il maggiore rifiutandosi di entrare quando sente l’accoglienza festosa che il padre fa a suo fratello.
Ma il padre non è come loro pensano, è un’altra cosa: il Padre non è il Dio della legge come spesso lo pensiamo, ma il Dio che è amore e misericordia.
Invece il diavolo, IL TENTATORE, ci tenta soprattutto su una cosa: CI DEVE CONVINCERE CHE DIO NON CI AMA, CHE LA CASA DEL PADRE È UNA PRIGIONE fatta di obblighi, divieti e punizioni se trasgrediamo. Vuole farci credere che Dio ci tolga la libertà e la gioia di vivere.
CI INSINUA QUINDI UNA FALSA REALTÀ: CHE LA VERA GIOIA ESISTA SOLO AL DI FUORI DELLA CASA DEL PADRE.
Gesù invece ci ha assicurato che la vera gioia nasce solo dall’amore: “Vi ho detto queste cose (rimanete nel mio amore) perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 11).​

❸ Il figlio minore ha offeso il padre e lo ha abbandonato, dopo aver preteso quella parte di eredità che gli sarebbe spettata solo alla morte del padre. È come se questo figlio avesse detto al padre: “tu per me sei già morto”.
Eppure questo figlio minore ha un pregio: anche nel momento peggiore continua a dire “mio padre”, mentre il fratello maggiore non lo chiama mai padre, così come non chiama “fratello” l’altro figlio.
Il figlio minore prova QUEL SENTIMENTO INTENSO CHE DIO VUOLE DA NOI, quella passione con la quale vuole che VIVIAMO INTENSAMENTE LA NOSTRA VITA, nel bene come nel male.
Infatti la cosa peggiore sarebbe quella di vivere senza slanci ed entusiasmi, come ci ricorda la lettera alla Chiesa di Laodicèa dell’Apocalisse: “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca” (Ap 3, 15-16).

❹ Il figlio maggiore fa nascere una domanda spontanea: entrerà in casa?
È un dubbio che ci fa capire che LA CONVERSIONE DEL GIUSTO È MOLTO PIÙ DIFFICILE DELLA CONVERSIONE DEL PECCATORE.
Infatti il giusto – che ritiene di meritare con le buone opere l’amore di Dio – cade in quel peccato che i Padri considerano la madre di tutti i peccati: l’autosufficienza, la “filautìa”, l’amore improprio, eccessivo per se stessi: i “giusti” sono convinti di stare dalla parte giusta, si sentono sempre a posto con la coscienza.
Per questo S. Agostino può dire che IL PECCATO è una “felix culpa”, una felice colpa: perché TI FA SPERIMENTARE LA BELLEZZA DELLA RICONCILIAZIONE, LA GIOIA DEL PERDONO, del tornare alla vita.
I cosiddetti “giusti”, invece, difficilmente sperimentano la gioia del perdono.

❺ Qual è lo scandalo per il fratello maggiore?
CIÒ CHE LO SCANDALIZZA DI PIÙ SONO LA MUSICA E LE DANZE, la festa che il padre fa per il ritorno del fratello perduto (“bisognava far festa”).
Una festa che suona come una beffa per tutto quello che il minore aveva combinato, perché quella festa non la meritava certo.
Il figlio maggiore denota una concezione spietata della giustizia, come ben sapevano i Romani che dicevano “Summum ius, summa iniuria”, cioè: se si porta la giustizia all’estremo, allora si ottiene un’estrema ingiustizia. ​
PER QUESTO DIO È GENEROSO E CI AMA CON UN AMORE GRATUITO CHE NON SI FONDA SUL MERITO DELLE PERSONE.
Dobbiamo imparare ad amare come fa Dio: AMARE SEMPRE “A FONDO PERDUTO” perché resterà solo quello che abbiamo dato, RESTERANNO SOLO LA MUSICA E LE DANZE DELL’AMORE DATO ANCHE A VUOTO, senza pretendere ricompense e gratitudini.
Solo così l’amore può regnare nel mondo.

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Informazioni su fabrizio centofanti

E’ laureato in Lettere moderne con una tesi su Italo Calvino. Prima della vocazione sacerdotale è stato collaboratore di Mario Petrucciani nella cattedra di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università La Sapienza di Roma. Numerosi suoi saggi e recensioni sono stati pubblicati in quegli anni su “Letteratura italiana contemporanea”, Rivista quadrimestrale di studi sul Novecento, diretta da Giorgio Petrocchi e Mario Petrucciani e “La Discussione”. Suo un saggio su Leopardi e Rebora inserito nella raccolta di Atti del convegno di Ancona sull’autore di Recanati, dal titolo Leopardi e noi. La vertigine cosmica. Edizioni Studium, a cura di A. Frattini, G. Galeazzi e S. Sconocchia. Ha partecipato a diversi convegni letterari fino al giorno in cui è entrato in seminario. E’ sacerdote diocesano a Roma dal 1996, parroco dal 2005. Ora opera al Santuario della Madonna del Divino Amore, nel campo della spiritualità e dell’approfondimento della sacra scrittura. Studioso dei vangeli, tiene da molti anni una Lectio divina settimanale. Ha pubblicato: - un volume su Calvino (Italo Calvino. Una trascendenza mancata. Istituto Propaganda Libraria, 1993. (Nel 25° anniversario della morte è uscito per i tipi della Clinamen.) - uno su Rebora (Il segreto del poeta. Clemente Rebora: la santità che compie il canto. L’immagine interiore dagli appunti sul messale, Milano, Istituto Propaganda Libraria, 1987) - numerosi saggi e articoli di natura letteraria. - Le parole della felicità, edito dalla Laurus Robuffo, 2005. - il libro di racconti Guida pratica all’eternità, Effatà editrice, Torino, 2008. - Pret(re) à portér, Effatà, 2010. - Non superare le dosi consigliate, Effatà, 2011. Nel 2011, la casa editrice Effatà ha pubblicato il primo romanzo, Ecco l’uomo. Il secondo, del 2012, Nessuno è più importante di te, è uscito con Amazon. Un saggio su Rebora si trova in Marino Magliani, Il magazzino delle alghe, Eumeswil 2010. Ha pubblicato, nel 2012, il volume di poesie Nomen omen. Con Clinamen ha pubblicato, nel 2012, il romanzo E’ la scrittura, bellezza! Per Effatà, nel 2012, il romanzo Stelle. Per Clinamen, nel 2013, il romanzo Yehoshua. Per Effatà pubblica ancora, nel 2013, Salva L'anima e Il Vangelo come non l'avete mai letto. E’ tra i fondatori della rivista “L’Attenzione”. E’ fondatore, insieme con Franz Krauspenhaar, del blog collettivo La poesia e lo spirito (http://lapoesiaelospirito.wordpress.com), dove attualmente scrive. Le omelie sono raccolte nel blog Gesù per atei.
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