Cercami, parlami (Lc 14,25-33)

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Cercami, parlami

Omelia di don Fabrizio Centofanti

Domenica 4 settembre 2016 (XXIII Domenica del Tempo Ordinario – anno C)

Dal vangelo di Luca capitolo 14 versetti 25-33
In quel tempo 25Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: 26″Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
27Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
28Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine?
29Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, 30dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
31Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
33Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

❶ Il vangelo ci presenta un Gesù risoluto e grintoso, che qualcuno preferirebbe nascondere perché troppo scomodo, perché “politicamente scorretto”.
È un Gesù che non va bene a tutti, ieri come oggi.
Le due immagini che l’evangelista usa sono quelle della la torre e della guerra.
Gesù dice che nessuno costruisce una torre se prima non ha messo da parte i capitali per costruirla, così come nessuno va incontro ad un esercito più forte, se vuole evitare una sicura sconfitta.
Con queste due immagini Gesù vuole dirci che PER QUANTO RIGUARDA LA SALVEZZA E LA FEDE, I NOSTRI MEZZI UMANI SONO INSUFFICIENTI. Noi non riusciremo mai, da soli, a costruire questa torre, così come non riusciremo mai, da soli, a vincere questa guerra.
Vuol dire che nella vita, prima o poi, ci troviamo di fronte ad un vicolo cieco che ci blocca ma che si rivela molto importante per noi, perché ci permette di accedere a quella virtù che i Padri descrivono come la regina di tutte le virtù: l’umiltà (perché ci svela la verità: ci fa capire che l’altro non è un avversario, un concorrente da superare e sottomettere, ma è un fratello da amare).
Secondo Gesù, SENZA UMILTÀ NON SI VA DA NESSUNA PARTE.
Infatti l’unica volta che lui si propone come modello, si definisce proprio in questo modo: “imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11, 29). Di fronte alle fatiche della vita e ai pesi delle prescrizioni imposte dai capi religiosi, Gesù si presenta come “mite ed umile di cuore” (“praüs kai tapeinòs te kardìa”): un Signore che non vuole dominare con la violenza e l’imposizione ma con la forza di un amore che serve tutti. Quindi Gesù ci invita a orientare la nostra vita al servizio degli altri e in questo c’è il respiro, quello che dà animo e forza all’esistenza del credente.

❷ Se il primo aspetto è l’umiltà, il secondo è la croce, un messaggio difficile per tutti noi.
È necessario subito chiarire, a scanso di pericolosi equivoci, che LA CROCE DI PER SÉ NON È UN BENE, perché era il patibolo più infame che si potesse immaginare, inventato dai Romani per terrorizzare la gente ed evitare le ribellioni contro l’impero (ed anche per gli ebrei era il castigo dei “maledetti da Dio”: Deuteronomio 21, 22-23).
È importante sottolineare questo perché nella spiritualità cristiana permane ancora oggi una corrente “doloristica” che esalta il dolore in sé. Quelli che vivono questa sensibilità deviata sono persone cupe, tristi, pessimiste. Dio non vuole la nostra sofferenza ma la nostra felicità piena.
LA CROCE È UN BENE SOLO QUANDO FA FELICI GLI ALTRI, SOLO QUANDO “SALVA”.
Lo ha spiegato bene Giovanni Paolo II nella lettera apostolica “Salvifici doloris” che spiega il senso cristiano della sofferenza umana: “Cristo si è avvicinato incessantemente al mondo dell’umana sofferenza. “Passò facendo del bene” prima di tutto, per i sofferenti e per coloro che attendevano aiuto. Era sensibile ad ogni umana sofferenza, sia a quella del corpo, sia a quella dell’anima. CRISTO CAMMINÒ VERSO LA PROPRIA SOFFERENZA, CONSAPEVOLE DELLA SUA FORZA SALVIFICA, obbediente al Padre, ma prima di tutto UNITO AL PADRE IN QUEST’AMORE, COL QUALE HA AMATO IL MONDO E L’UOMO NEL MONDO”). Il dolore quindi è un bene quando salva, altrimenti non è un bene.
❸ Gesù si trova di fronte all’entusiasmo delle folle, ma non si fa condizionare da questo apparente “successo”, perché sa bene che questi sono fuochi di paglia, che si possono esaurire in un attimo (dopo solo poche ore gli “Osanna al Figlio di David!” si trasformano in “crocifiggilo!”).
La televisione oggi ci presenta spesso programmi tutti centrati sulla fama effimera, sul successo improvviso. Ma il vangelo ci riporta con i piedi per terra perché ha un sano realismo.
PER IL VANGELO IL SUCCESSO NON CONSISTE NEL DIVENTARE FAMOSI, MA NEL DIVENTARE “SE STESSI”: scoprire che la propria identità sta nel “cammino dall’ io al tu”, cioè nel mettere la propria sicurezza in Dio che è Padre, liberandoci da tutte le altre false sicurezze e nell’occuparci risolutamente del bene degli altri. Questo atteggiamento permette a Dio di occuparsi di noi come un padre per i suoi figlioli: “Non affannatevi dunque dicendo: che cosa mangeremo? che cosa berremo… come i non credenti: tutte queste cose vi saranno date in abbondanza” (Mt 7, 31).

❹ Il verbo “odiare” (“mìsei”) di questo brano, che l’ultima traduzione CEI del 2008 traduce con “non mi ama più di quanto ami..” va inteso sapendo che nella lingua ebraica manca il comparativo.
Tuttavia l’espressione rimane forte: Gesù ci sta dicendo che DOBBIAMO RIVEDERE LA NOSTRA SCALA DI VALORI E METTERE LUI AL PRIMO POSTO; l’adesione a lui deve andare al di sopra dei vincoli familiari, al di sopra dell’interesse del gruppo.
La giornata è fatta di 24 ore: DOVREMMO DEDICARE ALMENO MEZZ’ORA AL GIORNO A GESÙ: stare con lui, parlare con lui, ascoltarlo, anche se per far questo ogni giorno è necessario rinunciare a qualcosa: ma sarebbe una rinuncia che diventa una risorsa perché SOLO DA GESÙ PUÒ VENIRE LA VITA E L’ENERGIA.
Ce lo ha detto lui stesso: “Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me” (Gv 7, 37), perché solo lui può placare la nostra sete. Il Dio di Gesù non sta più all’esterno dell’uomo, ma in chi accoglie Gesù diventa una realtà interiore che fa sperimentare la pace e la gioia perché si esprime con un amore che si fa servizio.

❺ Sembra che questo vangelo restringa la salvezza, rendendola un fatto esclusivo di una élite (“Signore, sono pochi quelli che si salvano?” Lc 13, 23). Ma Gesù non sta dicendo che sono pochi; Gesù sta dicendo che nella salvezza non vale il “fai da te”; NON CI POSSIAMO SALVARE DA SOLI.
Lo avevano capito bene sia S. Teresa di Lisieux sia George Bernanos che fa terminare il suo romanzo “Diario di un curato di campagna” con queste parole: “TUTTO È GRAZIA!”.
Ci salviamo per la grazia, per l’amore gratuito del Padre che ci chiede solo di accoglierlo.
È come se Gesù ci dicesse: “cercami, parlami, sono io la soluzione dei tuoi problemi; da solo non ti puoi salvare”. ​ ​

Oggi il vangelo ci porta dunque all’essenza difficile della nostra fede.
Spesso nella vita cerchiamo di fare tante cose senza riuscirci. È allora che dobbiamo pensare alle parole di Bernanos: “tutto è grazia!” perché il Signore realizza ciò che egli vuole. E lui vuole la nostra salvezza e la nostra felicità. È a lui che dobbiamo affidarci, lui che dobbiamo accogliere.

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Informazioni su fabrizio centofanti

E’ laureato in Lettere moderne con una tesi su Italo Calvino. Prima della vocazione sacerdotale è stato collaboratore di Mario Petrucciani nella cattedra di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università La Sapienza di Roma. Numerosi suoi saggi e recensioni sono stati pubblicati in quegli anni su “Letteratura italiana contemporanea”, Rivista quadrimestrale di studi sul Novecento, diretta da Giorgio Petrocchi e Mario Petrucciani e “La Discussione”. Suo un saggio su Leopardi e Rebora inserito nella raccolta di Atti del convegno di Ancona sull’autore di Recanati, dal titolo Leopardi e noi. La vertigine cosmica. Edizioni Studium, a cura di A. Frattini, G. Galeazzi e S. Sconocchia. Ha partecipato a diversi convegni letterari fino al giorno in cui è entrato in seminario. E’ sacerdote diocesano a Roma dal 1996, parroco dal 2005. Ora opera al Santuario della Madonna del Divino Amore, nel campo della spiritualità e dell’approfondimento della sacra scrittura. Studioso dei vangeli, tiene da molti anni una Lectio divina settimanale. Ha pubblicato: - un volume su Calvino (Italo Calvino. Una trascendenza mancata. Istituto Propaganda Libraria, 1993. (Nel 25° anniversario della morte è uscito per i tipi della Clinamen.) - uno su Rebora (Il segreto del poeta. Clemente Rebora: la santità che compie il canto. L’immagine interiore dagli appunti sul messale, Milano, Istituto Propaganda Libraria, 1987) - numerosi saggi e articoli di natura letteraria. - Le parole della felicità, edito dalla Laurus Robuffo, 2005. - il libro di racconti Guida pratica all’eternità, Effatà editrice, Torino, 2008. - Pret(re) à portér, Effatà, 2010. - Non superare le dosi consigliate, Effatà, 2011. Nel 2011, la casa editrice Effatà ha pubblicato il primo romanzo, Ecco l’uomo. Il secondo, del 2012, Nessuno è più importante di te, è uscito con Amazon. Un saggio su Rebora si trova in Marino Magliani, Il magazzino delle alghe, Eumeswil 2010. Ha pubblicato, nel 2012, il volume di poesie Nomen omen. Con Clinamen ha pubblicato, nel 2012, il romanzo E’ la scrittura, bellezza! Per Effatà, nel 2012, il romanzo Stelle. Per Clinamen, nel 2013, il romanzo Yehoshua. Per Effatà pubblica ancora, nel 2013, Salva L'anima e Il Vangelo come non l'avete mai letto. E’ tra i fondatori della rivista “L’Attenzione”. E’ fondatore, insieme con Franz Krauspenhaar, del blog collettivo La poesia e lo spirito (http://lapoesiaelospirito.wordpress.com), dove attualmente scrive. Le omelie sono raccolte nel blog Gesù per atei.
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