Chi l’ha visto? (Gv 10, 27-30)

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Chi l’ha visto?
Omelia di don Fabrizio Centofanti

Domenica 17 aprile 2016 (IV Domenica di Pasqua – anno C)

Dal vangelo di Giovanni, capitolo 10, versetti27-30
27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola”.

❶ Gesù dice: “Le mie pecore ascoltano la mia voce”.
La voce è qualcosa di molto personale, che ci permette di riconoscere gli altri. Questo ci ricorda che LA NOSTRA FEDE È SOPRATTUTTO UN RAPPORTO PERSONALE CON GESÙ.
Un rapporto personale CHE IMPLICA ASCOLTO, SILENZIO, FARE SPAZIO ALL’ALTRO.
È questo il motivo per il quale il mondo di oggi è ateo, perché c’è tanto chiasso, tanto rumore, come nei talk show in cui sembra aver ragione chi urla di più.
Non siamo più capaci di fare silenzio, di ascoltare, come diceva Italo Calvino: “Non c’è più nessuno che ascolti nessuno”. E allora come facciamo ad ascoltare la voce del buon pastore, di Gesù, in tutto questo chiasso?

❷ Gesù dice: “Le mie pecore mi seguono”.
Vuol dire che LA NOSTRA FEDE non significa essere d’accordo con una teoria, professare una dottrina, ma È UN’ADESIONE DELLA CONDOTTA, come dice Gesù nel Discorso della montagna in Matteo: “Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.” (Mt 7, 21).
A Gesù non interessano gli attestati di fedeltà per far parte della comunità dei credenti (il “Regno dei Cieli”), ma il fare la volontà del Padre, cioè accogliere il suo amore e riversarlo agli altri.
Un grande teologo tedesco, Karl Rahner (1904-1984) parlava dei “cristiani anonimi”, cioè di coloro che nemmeno conoscono Gesù ma che si comportano da cristiani con i fatti, nella vita concreta.
Ce lo conferma Matteo, nella scena in cui sono riunite davanti a Gesù tutte le nazioni pagane ed
“Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre” (Mt 25, 32). Chi separa le pecore dalle capre è proprio quel pastore che offre la vita per le sue pecore: nelle azioni che chiamiamo “opere di misericordia” non si chiede conto né del rapporto con Dio, né dell’osservanza di una legge, ma sono benedetti dal Padre coloro che hanno realizzato il progetto di Dio sull’umanità, che cioè hanno avuto una risposta d’amore, di tenerezza, di misericordia nei confronti di chi ha bisogno.
SI PUÒ ESSERE D’ACCORDO CON CIÒ CHE DICE GESÙ, MA NON SEGUIRLO: MA COSÌ NON SIAMO SUOI DISCEPOLI.

❸ Gesù dice: “Le mie pecore non andranno perdute”.
Vuol dire che GESÙ CI REGALA UNA VITA CHE È PIÙ FORTE DELLA MORTE, DI QUALSIASI MORTE, forse anche quella che sentiamo dentro, proprio adesso, per tanti motivi.
Le ultime parole di Gesù sono drammatiche: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ?” (Mt 27, 46). Eppure sappiamo che era proprio quello il momento in cui il Padre era più vicino al Figlio, perché un padre e una madre sono più vicini ai figli quando questi sono in difficoltà, in pericolo, quando stanno soffrendo.
Quindi anche quella morte è stata vinta. E LO STESSO AVVERRÀ ANCHE CON LE NOSTRE MORTI INTERIORI: GESÙ VINCE ANCHE QUESTE.

❹ Chi sono queste pecore?
Gesù le considera un dono: “Il Padre me le ha donate”.
Invece spesso gli altri sono un peso per noi e noi siamo un peso per gli altri.
S. Paolo dice: “Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!”. (Galati 5, 15).
Eppure GESÙ CI CONSIDERA UN DONO, FINO AL PUNTO DI IDENTIFICARSI CON NOI: “Ogni volta che avete tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40). Questo deve essere per noi motivo di grande consolazione che ci impegna a guardare gli altri come li guarda Gesù, ad amarli come li ama Gesù.

❺ Se noi siamo delle pecore, vuol dire che non dobbiamo essere soli.
LA NOSTRA FEDE NON È UNA FEDE PER ISOLATI, MA UNA FEDE COMUNITARIA, che Gesù esprime con un termine molto tenero: “piccolo gregge”. Al tempo di Gesù il pastore non portava al pascolo le proprie pecore ma quelle di un padrone, tuttavia ne possedeva due o tre che erano proprie sue e che seguiva con un amore speciale.
DIO AMA CIASCUNO DI NOI CON UN AMORE UNICO, IRRIPETIBILE, DEL TUTTO SPECIALE. È questo amore che ci salva dalla morte, che vince la nostra morte.
Allora quando sentiamo una morte dentro di noi che ci fa sentire incompresi, trascurati, soli, delusi, ebbene il vangelo di oggi parla direttamente a noi che viviamo questa sofferenza e ci dice che quella morte Gesù l’ha vinta per noi.

Noi, che abbiamo sempre paura di perdere qualcosa, troviamo consolante che Gesù dica che le sue pecore non saranno perdute: con GESÙ NON SI PERDE NIENTE, e noi possiamo stare tranquilli e fidarci di lui e affidarci al suo amore.

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Informazioni su fabrizio centofanti

E’ laureato in Lettere moderne con una tesi su Italo Calvino. Prima della vocazione sacerdotale è stato collaboratore di Mario Petrucciani nella cattedra di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università La Sapienza di Roma. Numerosi suoi saggi e recensioni sono stati pubblicati in quegli anni su “Letteratura italiana contemporanea”, Rivista quadrimestrale di studi sul Novecento, diretta da Giorgio Petrocchi e Mario Petrucciani e “La Discussione”. Suo un saggio su Leopardi e Rebora inserito nella raccolta di Atti del convegno di Ancona sull’autore di Recanati, dal titolo Leopardi e noi. La vertigine cosmica. Edizioni Studium, a cura di A. Frattini, G. Galeazzi e S. Sconocchia. Ha partecipato a diversi convegni letterari fino al giorno in cui è entrato in seminario. E’ sacerdote diocesano a Roma dal 1996, parroco dal 2005. Ora opera al Santuario della Madonna del Divino Amore, nel campo della spiritualità e dell’approfondimento della sacra scrittura. Studioso dei vangeli, tiene da molti anni una Lectio divina settimanale. Ha pubblicato: - un volume su Calvino (Italo Calvino. Una trascendenza mancata. Istituto Propaganda Libraria, 1993. (Nel 25° anniversario della morte è uscito per i tipi della Clinamen.) - uno su Rebora (Il segreto del poeta. Clemente Rebora: la santità che compie il canto. L’immagine interiore dagli appunti sul messale, Milano, Istituto Propaganda Libraria, 1987) - numerosi saggi e articoli di natura letteraria. - Le parole della felicità, edito dalla Laurus Robuffo, 2005. - il libro di racconti Guida pratica all’eternità, Effatà editrice, Torino, 2008. - Pret(re) à portér, Effatà, 2010. - Non superare le dosi consigliate, Effatà, 2011. Nel 2011, la casa editrice Effatà ha pubblicato il primo romanzo, Ecco l’uomo. Il secondo, del 2012, Nessuno è più importante di te, è uscito con Amazon. Un saggio su Rebora si trova in Marino Magliani, Il magazzino delle alghe, Eumeswil 2010. Ha pubblicato, nel 2012, il volume di poesie Nomen omen. Con Clinamen ha pubblicato, nel 2012, il romanzo E’ la scrittura, bellezza! Per Effatà, nel 2012, il romanzo Stelle. Per Clinamen, nel 2013, il romanzo Yehoshua. Per Effatà pubblica ancora, nel 2013, Salva L'anima e Il Vangelo come non l'avete mai letto. E’ tra i fondatori della rivista “L’Attenzione”. E’ fondatore, insieme con Franz Krauspenhaar, del blog collettivo La poesia e lo spirito (http://lapoesiaelospirito.wordpress.com), dove attualmente scrive. Le omelie sono raccolte nel blog Gesù per atei.
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