Un Dio da toccare (Gv 20, 19-31)

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Un Dio da toccare

Omelia di don Fabrizio Centofanti

Domenica 3 aprile 2016 (II Domenica di Pasqua – Divina Misericordia – anno C)

Dal vangelo di Giovanni, capitolo 20, versetti19-31
19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. 22Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.
24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.
26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”. 27Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. 28Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. 29Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.
30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

❶ Gesù entra a porte chiuse.
Le porte chiuse sono il simbolo della paura, della diffidenza, dello scoraggiamento che spesso ci fanno chiudere le porte del nostro cuore.
Potremmo elencare i numerosi motivi per cui chiudiamo le porte del cuore; ma – essendo nel tempo di Pasqua – dobbiamo soffermarci sul motivo che deve indurci ad aprire il nostro cuore.
Se la morte è stata vinta da Gesù, allora TUTTE LE MORTI POSSONO ESSERE VINTE, COMPRESA QUELLA CHE MAGARI CI PORTIAMO DENTRO PROPRIO ADESSO.
Tutte le volte che ci sentiamo tristi, depressi, sconfitti, falliti, sperimentiamo le diverse morti del cuore. Ma SE GESÙ HA VINTO LA MORTE, VUOL DIRE CHE HA VINTO ANCHE QUESTE NOSTRE MORTI INTERIORI.
È molto bella la “Sequenza” liturgica del “Victimae Paschali”, che dice: “Surrexit Christus spes mea”: “Cristo, mia speranza, è risorto”: SOLO CRISTO È LA SPERANZA VERA PERCHÉ SOLO LUI HA VINTO LA MORTE.

❷ Gesù mostra le mani e il costato, dove sono le ferite.
La nostra vita viene da quelle ferite. GESÙ GUARISCE LE NOSTRE FERITE CON LE SUE FERITE.
Il Cristo giudice rappresentato sulla parete di fondo della cappella Sistina mostra il braccio alzato che sembra voler minacciare il terribile giudizio finale nel quale, senza possibilità di appello, ogni azione della nostra vita verrà presa in esame, pesata e giudicata.
Ma non è così: quel braccio è stato dipinto per ben tre volte, in posizioni sempre più in alto e con la mano aperta, in modo da mostrare la piaga del chiodo.
E allora, CON QUEL GESTO GESÙ STA PROCLAMANDO, COME A TOMMASO, IL SEGNO DEL SUO AMORE: FINO A CHE PUNTO LUI CI HA AMATO.
Ce lo ricorda la lettera di Pietro: “Dalle sue piaghe siete stati guariti” (1Pt 2, 24).

❸ “Gesù alitò su di loro”.
Quando Dio crea l’uomo, alita il suo soffio vitale, il suo spirito di vita.
Vuol dire che LA RESURREZIONE È UNA NUOVA CREAZIONE: SOLO L’AMORE È CAPACE DI CREARCI DI NUOVO, di riportare a galla quella immagine di Dio che siamo noi.
ABBIAMO UN VELO DAVANTI AGLI OCCHI, che spesso ci impedisce di accorgerci di Dio, degli altri, persino di noi stessi.
Ma, per fortuna, DIO CI TOGLIE QUESTO VELO. Quando Gesù muore “il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo” (Mt 27, 51): Dio non è più nascosto in un tempio, ma visibile nel crocifisso. Non è più il tempio, ma è Gesù stesso il vero santuario dove Dio si manifesta.
FINALMENTE POSSIAMO VEDERE DIO, GLI ALTRI, NOI STESSI: È UNA NUOVA CREAZIONE CHE SOLO GESÙ COMPIE.

❹ “Pace a voi”.
Il sacerdote, durante la Messa, pronuncia le parole di Gesù che sono il suo testamento: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”.
Purtroppo capita spesso che ci siano parenti stretti, come fratelli e sorelle, che non si parlano più per questioni di eredità, per questioni di futili e superficiali interessi.
Invece L’EREDITÀ CHE CI HA LASCIATO GESÙ È UN’EREDITÀ SENZA ODIO, UN’EREDITÀ NEL PROFONDO che ci fa capire che l’ultima parola non è la superficialità dei nostri litigi con cui ci roviniamo la vita.
L’oceano può essere agitato in superficie, ma nel profondo è calmo: È LÌ, NEL PROFONDO DEL NOSTRO IO, CHE DOBBIAMO SCENDERE E TROVARE LA PACE, È LÌ CHE DOBBIAMO TROVARE NOI STESSI.

❺ Tommaso sembra non godere di una buona reputazione: è l’incredulo, colui che non si fida della testimonianza degli altri, che vuole verificare di persona. Eppure nel vangelo riveste un ruolo molto importante: ha il ruolo di “toccare Dio”.
Tommaso ci fa capire che DIO non è più lontanissimo, inarrivabile, irraggiungibile, impronunciabile, ma è alla nostra portata, È A PORTATA DI MANO, COSÌ DA POTERLO PERSINO TOCCARE.
Il primo annuncio di Gesù, appena appare per la prima volta sulla scena è: “il regno di Dio è vicino” (Mc 1, 15), anzi è più corretto tradurlo con: “il regno di Dio si è già avvicinato, è qui”.
Con Gesù, Dio è sceso sulla terra per stare accanto a noi, in mezzo a noi. Quindi Dio lo possiamo toccare, proprio come Tommaso, perché Gesù ci ha aperto la strada per sperimentare questo Dio.
Dobbiamo allora ringraziare Tommaso per averci fatto capire che la misericordia, il perdono di Dio si possono finalmente toccare.
I Padri dicevano che LA FEDE COMINCIA QUANDO CI SENTIAMO PER LA PRIMA VOLTA VERAMENTE PERDONATI.

Come quella donna “che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello” (Mt 9, 20), anche noi dobbiamo imparare a toccare Gesù, a guardarlo negli occhi, perché solo se incrociamo quello sguardo siamo salvi.

E allora chiediamo al Padre di dirigere i nostri occhi, il nostro sguardo verso Gesù per ricevere da lui la forza di cambiare la nostra vita attraverso il dono della misericordia e del perdono.

Informazioni su fabrizio centofanti

E’ laureato in Lettere moderne con una tesi su Italo Calvino. Prima della vocazione sacerdotale è stato collaboratore di Mario Petrucciani nella cattedra di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università La Sapienza di Roma. Numerosi suoi saggi e recensioni sono stati pubblicati in quegli anni su “Letteratura italiana contemporanea”, Rivista quadrimestrale di studi sul Novecento, diretta da Giorgio Petrocchi e Mario Petrucciani e “La Discussione”. Suo un saggio su Leopardi e Rebora inserito nella raccolta di Atti del convegno di Ancona sull’autore di Recanati, dal titolo Leopardi e noi. La vertigine cosmica. Edizioni Studium, a cura di A. Frattini, G. Galeazzi e S. Sconocchia. Ha partecipato a diversi convegni letterari fino al giorno in cui è entrato in seminario. E’ sacerdote diocesano a Roma dal 1996, parroco dal 2005. Ora opera al Santuario della Madonna del Divino Amore, nel campo della spiritualità e dell’approfondimento della sacra scrittura. Studioso dei vangeli, tiene da molti anni una Lectio divina settimanale. Ha pubblicato: - un volume su Calvino (Italo Calvino. Una trascendenza mancata. Istituto Propaganda Libraria, 1993. (Nel 25° anniversario della morte è uscito per i tipi della Clinamen.) - uno su Rebora (Il segreto del poeta. Clemente Rebora: la santità che compie il canto. L’immagine interiore dagli appunti sul messale, Milano, Istituto Propaganda Libraria, 1987) - numerosi saggi e articoli di natura letteraria. - Le parole della felicità, edito dalla Laurus Robuffo, 2005. - il libro di racconti Guida pratica all’eternità, Effatà editrice, Torino, 2008. - Pret(re) à portér, Effatà, 2010. - Non superare le dosi consigliate, Effatà, 2011. Nel 2011, la casa editrice Effatà ha pubblicato il primo romanzo, Ecco l’uomo. Il secondo, del 2012, Nessuno è più importante di te, è uscito con Amazon. Un saggio su Rebora si trova in Marino Magliani, Il magazzino delle alghe, Eumeswil 2010. Ha pubblicato, nel 2012, il volume di poesie Nomen omen. Con Clinamen ha pubblicato, nel 2012, il romanzo E’ la scrittura, bellezza! Per Effatà, nel 2012, il romanzo Stelle. Per Clinamen, nel 2013, il romanzo Yehoshua. Per Effatà pubblica ancora, nel 2013, Salva L'anima e Il Vangelo come non l'avete mai letto. E’ tra i fondatori della rivista “L’Attenzione”. E’ fondatore, insieme con Franz Krauspenhaar, del blog collettivo La poesia e lo spirito (http://lapoesiaelospirito.wordpress.com), dove attualmente scrive. Le omelie sono raccolte nel blog Gesù per atei.
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