Salute, salvezza (Mc 1,40-45)

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Informazioni su fabrizio centofanti

E’ laureato in Lettere moderne con una tesi su Italo Calvino. Prima della vocazione sacerdotale è stato collaboratore di Mario Petrucciani nella cattedra di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università La Sapienza di Roma. Numerosi suoi saggi e recensioni sono stati pubblicati in quegli anni su “Letteratura italiana contemporanea”, Rivista quadrimestrale di studi sul Novecento, diretta da Giorgio Petrocchi e Mario Petrucciani e “La Discussione”. Suo un saggio su Leopardi e Rebora inserito nella raccolta di Atti del convegno di Ancona sull’autore di Recanati, dal titolo Leopardi e noi. La vertigine cosmica. Edizioni Studium, a cura di A. Frattini, G. Galeazzi e S. Sconocchia. Ha partecipato a diversi convegni letterari fino al giorno in cui è entrato in seminario. E’ sacerdote diocesano a Roma dal 1996, parroco dal 2005. Ora opera al Santuario della Madonna del Divino Amore, nel campo della spiritualità e dell’approfondimento della sacra scrittura. Studioso dei vangeli, tiene da molti anni una Lectio divina settimanale. Ha pubblicato: - un volume su Calvino (Italo Calvino. Una trascendenza mancata. Istituto Propaganda Libraria, 1993. (Nel 25° anniversario della morte è uscito per i tipi della Clinamen.) - uno su Rebora (Il segreto del poeta. Clemente Rebora: la santità che compie il canto. L’immagine interiore dagli appunti sul messale, Milano, Istituto Propaganda Libraria, 1987) - numerosi saggi e articoli di natura letteraria. - Le parole della felicità, edito dalla Laurus Robuffo, 2005. - il libro di racconti Guida pratica all’eternità, Effatà editrice, Torino, 2008. - Pret(re) à portér, Effatà, 2010. - Non superare le dosi consigliate, Effatà, 2011. Nel 2011, la casa editrice Effatà ha pubblicato il primo romanzo, Ecco l’uomo. Il secondo, del 2012, Nessuno è più importante di te, è uscito con Amazon. Un saggio su Rebora si trova in Marino Magliani, Il magazzino delle alghe, Eumeswil 2010. Ha pubblicato, nel 2012, il volume di poesie Nomen omen. Con Clinamen ha pubblicato, nel 2012, il romanzo E’ la scrittura, bellezza! Per Effatà, nel 2012, il romanzo Stelle. Per Clinamen, nel 2013, il romanzo Yehoshua. Per Effatà pubblica ancora, nel 2013, Salva L'anima e Il Vangelo come non l'avete mai letto. E’ tra i fondatori della rivista “L’Attenzione”. E’ fondatore, insieme con Franz Krauspenhaar, del blog collettivo La poesia e lo spirito (http://lapoesiaelospirito.wordpress.com), dove attualmente scrive. Le omelie sono raccolte nel blog Gesù per atei.
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11 risposte a Salute, salvezza (Mc 1,40-45)

  1. Raf ha detto:

    Ogni cellula del corpo umano è diversa per forma e funzione,ma tutte collaborano insieme per un unico scopo :La Vita!

    Noi dovremmo fare lo stesso,dovremmo collaborare amandoci gli uni ,gli altri ,perchè la nostra unica salvezza è:L’Amore!

  2. M&C ha detto:

    Se riuscissimo a guardare l’altro negli occhi, andando oltre l’apparenza, riusciremmo sicuramente a capirlo di più e non ci sarebbe più emarginazione, nessuno sarebbe “impuro”, perchè immediatamente ci scopriremmo simili, con le stesse fragilità, gli stessi desideri e, soprattutto, lo stesso bisogno di amore.
    Diventerebbe impossibile odiare e verrebbe spontaneo quell’abbraccio che salva, noi e l’altro, uguali e fratelli, nonostante le diversità di religione, razza, estrazione sociale, lingua etc.
    E il mondo sarebbe migliore, si trasformerebbe finalmente in quell’inizio di vita eterna a cui tutti aneliamo: un’utopia? No, credo sia possibile, ma solo se ognuno, nel suo piccolo, inizia a cambiare punto di vista, a guardare da un’altra prospettiva: dalla piccole cose si arriva alle grandi, partendo dai piccoli gesti si arriva alle grandi imprese.

  3. ema ha detto:

    “Toccare l’impuro”, il malato, il povero, l’emarginato, non solo lo salva ma… ci salva!

  4. marco1963 ha detto:

    Questo gesto di guarigione assume un ruolo particolare: rivela la potenza di Gesù e il regno di Dio che si rivela in lui (aiutami, non vorrei usare un termine errato!). Salta agli occhi la dicotomia del comportamento di Gesù: da un lato accoglie il malato e risponde alla sua richiesta, dall’altro lo ammonisce a tacere e lo allontana. Ecco, Gesù tocca il lebbroso contravvenendo platealmente alle regole. Qui vedo la potenza di Gesù non solo nel gesto, ma nel fatto rivoluzionario: non si è fatto alcun problema a infrangere una regola per annunciare indirettamente la logica (posso usare questo termine?) del regno di Dio. Poi ancora una contrapposizione: Gesù ammonisce il lebbroso a non svelare niente di quanto accaduto, e il lebbroso, per tutta risposta, lo racconta in giro. Qui ancora vedo il concetto della riservatezza che va mantenuta sul gesto di Gesù; ma contemporaneamente mi sembra di capire che il significato di quel gesto terapeutico va invece reso manifesto. Posso dire che il lebbroso guarito finisce per “annunciare la parola” (e il risultato è tangibile: “venivano a lui da ogni parte”)? Il regno di Dio supera quindi le barriere e le esclusioni imposte dalla legge degli uomini: il lebbroso non doveva essere toccato fin quando non fosse guarito e invece Gesù lo ha toccato e guarendolo lo ha pienamente reintegrato, sebbene fosse un segregato dalla società (“immondo, immondo”). Quel lebbroso con ogni probabilità non sarebbe mai guarito e sarebbe morto da solo, nella sofferenza emozionale forse più che fisica. Gesù invece lo ha guarito e soprattutto, voglio pensare, lo ha reso un uomo nuovo. Ecco il senso del miracolo che si mostra a noi. Gesù cellula, non si ribella al corpo cui appartiene, ma combatte qualcosa che non va.
    Odio le banalità, ma quante volte possiamo, pur se indignati (—-> come ci è stato spiegato, la traduzione è infedele, la frase era “Gesù s’indignò” e non “… ne ebbe compassione”), possiamo comunque abbracciare una persona, produrre un gesto di amore, far rivivere una persona con la fiducia, con la dedizione, con l’interesse. Nessuno deve restare indietro. Ecco Don però: contemperare quest’atteggiamento meraviglioso con la nostra vita convulsa e frammentata non è proprio semplice. Siamo esseri umani e oscilliamo, a volte, tra un eccesso di attenzioni e un eccesso di distacco, che a volte produce sottili traumi, ragnatele, in quelli che ci stanno attorno. Gesù stesso si è arrabbiato (indignato) perché il lebbroso si è rivolto a lui per chiedere salute (che prima o poi termina) e non salvezza e bene (che sono eterni). Come possiamo noi mantenere la nostra pazienza, fermezza e serenità in questo mondo dilaniato da contrapposizioni (lo è sempre stato) e contemporaneamente produrre un atto d’amore? Ecco, voglio pensare che questo rappresenti il nostro personale miracolo cui dobbiamo tendere appena ci è possibile. Voglio pensare che Gesù, Figlio di Dio, aveva le sue fragilità umane (ci è stato detto in altri incontri), ma ha saputo come trovare in sé lo spazio per l’altro, l’amore che scaturisce dall’interesse vero nella salvezza altrui. Noi, se abbiamo fede, non possiamo che seguire le sue orme.
    Marco

  5. pam ha detto:

    La comunità di San Carlo Da Sezze è sicuramente una cellula virtuosa, che si alimenta e produce energia di amore vero. La speranza è che cellule come questa possano riprodursi e sanare un organismo, quello della Chiesa soprattutto nella parte istituzionale, che di mali sembra averne parecchi.

  6. grazie care!
    speriamo davvero in un rinnovamento a largo raggio.

  7. marco1963 ha detto:

    Ero certo di aver messo questo commento ieri sera, ma evidentemente qualcosa è andato storto! Buona giornata a tutti!
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    Questo gesto di guarigione assume un ruolo particolare: rivela la potenza di Gesù e il regno di Dio che si rivela in lui (chiedo il tuo aiuto, non vorrei usare un termine errato!). Salta agli occhi la dicotomia del comportamento di Gesù: da un lato accoglie il malato e risponde alla sua richiesta, dall’altro lo ammonisce a tacere e lo allontana. Ecco, Gesù tocca il lebbroso contravvenendo platealmente alle regole. Qui vedo la potenza di Gesù non solo nel gesto, ma nel fatto rivoluzionario: non si è fatto alcun problema a infrangere una regola per annunciare indirettamente la logica (posso usare questo termine?) del regno di Dio. Poi ancora una contrapposizione: Gesù ammonisce il lebbroso a non svelare niente di quanto accaduto, e il lebbroso, per tutta risposta, lo racconta in giro. Qui ancora vedo il concetto della riservatezza che va mantenuta sul gesto in sé di Gesù; ma contemporaneamente mi sembra di capire che il significato di quel gesto terapeutico va invece reso manifesto. Posso dire che il lebbroso guarito finisce per “annunciare la parola” (e il risultato è tangibile: “venivano a lui da ogni parte”)? Il regno di Dio supera quindi le barriere e le esclusioni imposte dalla legge degli uomini: il lebbroso non doveva essere toccato fin quando non fosse guarito e invece Gesù lo ha toccato e guarendolo lo ha pienamente reintegrato, sebbene fosse un segregato dalla società (“immondo, immondo”). Quel lebbroso con ogni probabilità non sarebbe mai guarito e sarebbe morto da solo nella sofferenza emozionale più che fisica. Gesù invece lo ha guarito e soprattutto, voglio pensare, lo ha reso un uomo nuovo. Ecco il senso del miracolo che si mostra a noi. Gesù cellula, non si ribella al corpo cui appartiene, ma combatte qualcosa che non va.
    Odio le banalità, ma quante volte possiamo, pur se indignati (—-> come ci è stato spiegato, la traduzione è infedele, la frase era “Gesù s’indignò” e non “… ne ebbe compassione”), possiamo comunque abbracciare una persona, produrre un gesto di amore, far rivivere una persona con la fiducia, con la dedizione, con l’interesse. Nessuno deve restare indietro. Ecco Don però: contemperare quest’atteggiamento meraviglioso con la nostra vita convulsa e frammentata non è proprio semplice. Siamo esseri umani e oscilliamo, a volte, tra un eccesso di attenzioni e un eccesso di distacco, che a volte produce sottili traumi, ragnatele, in quelli che ci stanno attorno. Gesù stesso si è arrabbiato (indignato) perché il lebbroso si è rivolto a lui per chiedere salute (che prima o poi termina) e non salvezza e bene (che sono eterni). Come possiamo noi mantenere la nostra pazienza, fermezza e serenità in questo mondo che è sempre stato dilaniato, producendo contemporaneamente un atto d’amore? Ecco, voglio pensare che questo rappresenti il nostro personale miracolo cui dobbiamo tendere. Voglio pensare che Gesù, Figlio di Dio, aveva le sue fragilità umane (ci è stato detto in altri incontri), ma ha saputo come trovare in sé lo spazio per l’altro, l’amore che scaturisce dall’interesse vero nella salvezza altrui. Noi, se abbiamo fede, non possiamo che seguire le sue orme.

  8. anche Clarice Lispector ha un ‘esperienza mistica e di metamorfosi nel toccare l’immondo…Gesù non fonda una setta, ma il verbo di Dio..

    Maria Pia Quintavalla

  9. M&C ha detto:

    Proprio oggi ho sperinentato che il rischio “fraintendimento” é sempre in agguato, già lo sapevo, ma ne ho avuto ancora una volta conferma.
    Per uscirne indenni, l’unica cosa da fare é il dialogo e l’ascolto…. almeno per me, hanno funzionato, mi sembra!

  10. Roby (s.d a.) ha detto:

    Mi piace questo correre incontro senza giudicare, una gioia sapere che c’è sempre un abbraccio pronto a guarirti chiunque tu sia; un esempio da seguire fattivamente se sentiamo la salvezza quale vero obiettivo di questa vita

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