La colomba


Bisogna lasciare, nella vita: il grembo materno, l’asilo – io dopo quattro anni, in pratica una laurea – la scuola elementare, le medie, il liceo, la facoltà universitaria. Per me, inoltre, il seminario, la parrocchia, le amicizie, le frequentazioni, i libri letti, il ristorante dopo il caffè e l’amaro, il bagno dopo la doccia o altre operazioni.
È un addestramento quotidiano a non fare di nessuna cosa o persona o situazione un idolo con cui identificarsi.
Il Signore, spesso, incrementa il processo a modo suo: con una prova, un fallimento, una perdita improvvisa. S’impegna a togliere, a privare di ciò che sembra necessario, indispensabile.
Lascia di qua, lascia di là, pare d’essere, a volte, appesi a un filo, sull’orlo di un abisso. Non si sa più che fare, a che santo votarsi, se rivolgersi all’ufficio reclami o allo sportello degli oggetti smarriti.
In realtà, la vita “deve” arrivare a questo punto, altrimenti siamo sempre soggetti a illusioni, ad appigli inaffidabili, come quando, sulla cima di un monte, ci si appoggia a una roccia staccata dal resto, che rotola di sotto insieme a noi.
“Deve” arrivare un giorno in cui non hai più nulla di quello che volevi. È il momento in cui la “filautia” cessa di vivere, non respira più. In quel preciso istante, in te comincia a respirare il Ruach, il Pneuma, lo Spirito di Dio, la roccia affidabile, la colomba alle cui ali ci si può aggrappare con fiducia, per essere salvati.

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Un’immaginetta da stampare: il “Padre nostro” in aramaico

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Imagine


Penso a cosa sarebbe il mondo, se non ci fossi Tu, se gli atei avessero ragione, se tutto fosse emerso per caso, per una serie di azioni e reazioni sprigionatesi dal nulla. Un mondo materiale, in cui parole come anima, fede, vita eterna fossero l’armamentario di poeti e sognatori, buoni solo a far sorridere un pubblico distratto. Penso, per un attimo, a una vita che finisse con la morte, in cui nnulla restasse della nostra essenza di persone, in cui al massimo si potesse conservare la memoria delle nostre azioni. Mi metto nei panni di chi combatte battaglie che dovrà lasciare a terzi, di cui non vedrà l’esito, così come di certi progetti; che entrerà a far parte della terra come cellula dispersa in altra materia, in un oblio completo della propria coscienza. Penso al fatto che dovrei concentrare tutto in pochi anni: affetti, relazioni, piani esistenziali, scritture e letture, opere benefiche, campagne politiche di liberazione o promozione umana, sapendo che di tutto questo non saprò più nulla, non mi riguarderà mai più, come se non fosse stato, e tutto ciò che ho vissuto equivalesse al sogno di una notte agitata, senza il dolce risveglio dall’incubo dissolto.
Penso a questo e sono ancora più felice di essere cristiano, di avere un Dio che da sempre crede in me, mi dona un mondo da vivere, in attesa di un Regno dove sarò felice con Lui e con coloro che in Lui si sono scoperti anima, fede, vita eterna. Penso che l’ateismo, grazie a Dio, sia una cosa che non fa per me. E che forse, in fondo in fondo, non faccia per nessuno.

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Damasco


La dottrina cattolica è una cosa seria. Ora la penso così, ma prima era diverso. Ero un ribelle, spregiatore di leggi, seduttore. Urlavo a mia madre, e lei si disperava. Da prete ho abbracciato le novità di teologi fuori dalle regole, mi aggrappavo all’ultimo banditore di teorie bizzarre, godevo di ogni trasgressione del già detto, in nome di un’esegesi senza regole e freni. Vedevo la Chiesa come un blocco compatto, un macigno che rischiava sempre di schiacciarmi, e così cercavo scappatoie, uscite di sicurezza che salvaguardassero quella che allora ritenevo la mia personale libertà.
Poi il Signore mi ha raggiunto nei suoi modi imprevedibili, mi ha rigirato non come un calzino, che sarebbe poco, ma come qualcosa che cambia colore, una notte che diventa giorno, e finalmente ho visto.
Oggi guai a chi mi tocca la dottrina. “Se anche un angelo del cielo” mi dicesse: il tuo Dio è conservatore, gli stringerei la mano e gli augurerei un buon viaggio di ritorno.
Dopo anni, ho capito che Dio non è mai come te lo sei raffigurato: è l’infinitamente Altro, che di punto in bianco ti prende di petto e ti rovescia da un cavallo che non c’è (san Paolo andava a piedi). Ma il quadro di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, è troppo bello per non tenerne conto: quello a terra, cieco, con le braccia alzate verso il cielo, sono io, e tutti coloro che si sono rimangiati qualcosa di grosso, nella vita.

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Catechesi al Santuario del Divino Amore. 25

da qui

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La bella compagnia


Sei morto ma sei vivo. Il senso è tutto qui: vivere per morire, morire per vivere.
Hai lasciato una storia che mi riempie le giornate, che risuona ancora più della tua voce, e mi indica la strada. I morti, a volte, sono vivi più dei vivi. È bene che sia così, altrimenti tutto finirebbe con l’ultimo respiro, cosa inconcepibile. Sono talmente intriso della Pasqua, come tu mi hai insegnato, che non riesco nemmeno a immaginare una vita senza eternità.
È da lì che mi mandi messaggi, mi parli, mi proteggi. È la cosa più normale di questo mondo e anche dell’altro.
Nell’altro mondo, infatti, s’interessano di noi, perché sono consapevoli dei nessi: sanno – l’ho già scritto una volta – che quando si ama tutto è collegato. E che un atto d’amore è incancellabile, come dimostra la cipolla che Gruscenka regala al mendicante. Dostoevsky ha afferrato la sostanza di ciò che non finisce.
Neanche tu, Mario, finisci. Anzi, sei appena iniziato. Mi guardi dal cielo come quando eravamo al tavolo della Nuova Capricciosa, davanti alle pennette al salmone e alla Peroni chiara. Ci scambiamo parole silenziose, che hanno un’eco profonda nella storia. La tua voce fa tremare le galassie: la possono ascoltare solo i puri di cuore e i gatti rossi cui davi gli avanzi della pasta al sugo.
Anch’io ti consegno a questa pagina, perché il lettore possa stare tre minuti con noi, nella bella compagnia dell’Infinito.

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La “mia” preghiera

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Lector in fabula


La scrittura ha qualcosa di magico. Ora, per esempio, metto in fila una parola dietro l’altra e il lettore è curioso di sapere dove andrò a parare. Con me gli va bene, perché scrivo testi sintetici e si sa presto come va a finire.
Mettiamo, però, che cominci a scrivere cose senza capo né coda: che so, che il Napoli ha battuto la Lazio fuori casa. Il lettore rimarrebbe sconcertato: a parte napoletani e laziali – che sorriderebbero o s’incupirebbero – gli altri non sarebbero minimamente interessati. Ma continuerebbero a leggere, perché una storia deve avere un senso.
C’è un patto di lealtà fra scrittore e lettore: il primo deve dare un messaggio decifrabile, in qualche modo utile, il secondo s’impegna ad andare fino in fondo.
Forse anche per questo ho scelto la misura breve, per facilitare il rispetto di un contratto implicito che lega me con voi: io non vi rubo tempo, e voi, ogni giorno, mi fate compagnia in questo cammino verso il Senso, che per me si chiama Dio.

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Rime


La rima è un fenomeno intrigante. È una casualità che amore rimi con dolore? E esperienza e sofferenza? Ha un senso che felicità corrisponda ad onestà, e gioia con muoia? Vediamone altre: cattiveria-miseria, serenità-bontà, amarezza-freddezza. Se poi ci prendessimo gusto, potremmo accostare sogno e bisogno, carità e intimità, perseveranza e speranza. E, perdendo ogni freno, mettere insieme soddisfazione e vocazione, decoro e tesoro, fede e piede.
Un momento: si giustifica una rima come questa?
Con le altre si potrebbe costruire un sistema antropologico e teologico: l’amore fa soffrire, come l’esperienza, ma sono materiali resistenti a qualsiasi logorio. La felicità nasce dalla trasparenza, dal non avere nulla da nascondere, così come la gioia è possibile se l’io muore a se stesso, ritrovandosi nell’Altro. La cattiveria si sa come finisce, mentre la bontà va a braccetto con la pace. Chi non si compromette, nella vita, resta con l’amaro in bocca: se uno sogna conosce i suoi bisogni, l’intimità da cui proviene l’amore divino, che non cessa di sperare. Ci soddisfa solo la risposta alla nostra vocazione, in cui il vivere ha uno stile inconfondibile, che ci rende migliori.
Su questo, forse, possiamo essere d’accordo: ma cosa c’entra la fede col piede?
Dio disse ad Abramo: esci dalla tua terra e va’ verso te stesso. Se il nostro padre nella fede non si fosse deciso a fare il primo passo, chissà se a quest’ora ci saremmo. La fede senza piedi è niente: come cantava Neruda, sarebbe un anello senza pietra, un vestito senza uomo.

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Grazie


La realtà si può leggere in modi diversi. Una persona mi sorride: cosa c’è dietro quel gesto? Posso pensare che mi prenda in giro, che non veda l’ora di togliermi di mezzo, che in quell’espressione stia già pregustando il momento in cui sarò sparito dalla circolazione. Scrivendo questo, penso a un personaggio preciso, che ritengo ce l’abbia con me, per motivi di antagonismo, concorrenza, ecc.
Posso interpretare, però, anche all’opposto: forse la battuta che ho fatto lo ha divertito veramente; forse, per un momento, ha dimenticato il suo livore e, magari, quell’istante avrà la forza di cancellare tutto il resto, di travolgere risentimenti, paure e gelosie. Lo saprò, probabilmente, al prossimo incontro.
È bene essere aperti ai cambiamenti. Può capitare che pensiamo a qualcuno convinti che sia legato all’esperienza negativa, che ogni sera faccia la macumba per distruggerci la vita, che sia ossessionato da parole e gesti che ci siamo scambiati in un’ora di rabbia o nervosismo; e magari lui, o lei, sta pregando per noi, perché ogni residuo tossico sia cancellato dall’azione dello Spirito Santo.
La soluzione migliore è ringraziare per tutto: per la rabbia, l’amore, l’acredine, il perdono. Se ringrazi non sbagli, per un semplice motivo: sei tu a cambiare. E solo se cominci da te, lo rendi possibile anche all’altro.

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