Parlare


Parlare degli uomini è difficile, figuriamoci di Dio. Ma anche sul prossimo è necessario esprimersi con ponderazione, sapendo di maneggiare impressioni e giudizi soggettivi, che magari, con l’altro, nulla hanno a che fare. Vi sarà capitato, come a me, che qualcuno vi abbia apostrofato con un’accusa del tutto infondata: in questi casi, l’unica è chiudere il discorso, sperando di poterlo riprendere su argomenti alternativi.
Si tratta di un fenomeno detto “proiezione”: è una delle sensazioni più spiacevoli sentirsi definiti in un modo che è reale solo nella mente altrui. Episodi del genere ci inducono a riflettere a lungo prima di formulare apprezzamenti.
Parlare di Dio, dicevo, è ancora più difficile: ci troviamo di fronte all’ineffabile, e possiamo solo balbettare espressioni generiche, imprecise.
Ma c’è qualcosa di ancora più arduo: parlare “con” Dio, rischiare un dialogo non verificabile, che si esige un’attitudine al silenzio che non tutti accettano di apprendere.
Come parlare “a” Dio? Ognuno ha un suo modo. Penso che una via efficace sia intendersi col cuore, lasciando che dall’intimo si formino suoni, frasi, parole, ispirate da Lui stesso.

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Novità?


C’è un libro di Rilke, “Lettere a un giovane poeta”, che mi ha sempre colpito per la qualità dei suoi consigli. Uno di questi è guardare la realtà come fosse la prima volta. Com’è possibile? Le sensazioni, i ricordi, si stratificano così profondamente che pensare di scardinarli è un’utopia.
Se incontriamo una persona conosciuta, abbiamo le idee chiare: potrà scartare solo leggermente dall’etichetta che gli abbiamo applicato.
Lo stesso capita con un tramonto, un monte, il cielo azzurro che vedo da qui, attraverso la tendina.
Se prendo un caffè, i biscotti con la marmellata, sono sempre quelli. Se confesso, posso prevedere le parole che il penitente sta per pronunciare: il peccato è monotono, non cambia, come l’autobus che passa di fronte all’uscita del Santuario.
Ma è proprio questo che mi mette in guardia: pensare di conoscere il mondo, non aspettarsi nulla, ricevere solo conferme delle proprie aspettative, è frutto del peccato, della pigrizia nell’ascolto, dello sguardo distratto, incapace di cogliere il dettaglio che fa di ogni cosa un nuovo evento.
Rilke ha ragione quando consiglia al giovane poeta di guardare il mondo come fosse per la prima volta: è quello per cui siamo fatti, anche se il male stende la sua coltre, intessuta di abitudini e ripiegamenti su di sé.
Di mio aggiungo che si possono vedere le cose in un’altra prospettiva solo lasciandole riflettere dallo sguardo di Cristo: Lui è l’eternamente giovane, l’unico col quale è impossibile annoiarsi.

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Omissione segreta (Mt 25, 14-30)

da qui

Omissione segreta

Domenica 19 NOVEMBRE 2017
XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO- anno A Continua a leggere

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La doccia


Sembra facile amare, ma è un lungo esercizio, una scuola di pazienza, il cercare a tentoni una sintonia tendente a perdersi.
Nella mia doccia, ci sono le due manopole dell’acqua fredda e calda: ottenere la temperatura preferita è un’impresa complessa. Ho trovato il sistema di lasciar scorrere l’acqua sul dorso della mano opposta a quella che impugna l’erogatore, in modo da avere, in senso stretto, il polso della situazione. È un trucco che permette di risparmiare tempo.
Anche per amare è necessario un trucco. Siamo dispersori incalliti di energie, svuotati dalla superficialità, dalla mancanza di sensibilità per quello che viviamo nell’istante attuale. Oppure ci lasciamo sviare, ingannare da paure e desideri: tutto concorre a offuscare la vista della realtà com’è, al sopravvento di pregiudizi e proiezioni, all’azione distorcente dell’io.
Il segreto sta nelle due manopole dell’acqua fredda e calda: nel tenere d’occhio, contemporaneamente, la posizione esatta e la temperatura, me e l’altro, il mio sguardo e quello di Gesù. Se raggiungiamo l’unisono d’intenti e orientamenti, non rischiamo di bruciarci o gelarci.
La vita è una doccia, un lavacro, un Battesimo in cui ogni giorno di più diventiamo ciò che siamo.

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Pellegrini


L’uomo si giudica dal rapporto con Dio. Lo abbiamo detto spesso: la preghiera in silenzio, davanti al Volto di Cristo, e così via.
Bisogna aggiungere che sotto questo aspetto la varietà è infinita. Il Santuario è un buon osservatorio: c’è un via vai continuo di persone, ognuna col suo modo di arrivare, pregare e tornarsene a casa.
Il tema è intrigante anche per l’ateo, per l’interesse genuino che tutti nutriamo verso i nostri simili: siamo curiosi di vedere come il passeggero si siederà nel treno, cosa farà, se estrarrà dal bagaglio una copia del Corriere della Sera, del Mein Kampf o il calendario di Suor Paola.
Il livello elementare è il pellegrino cosiddetto automatico: viene qui per senso del dovere, trascinato dalla moglie, per esempio. I gesti che compie – un segno di croce, qualche parola biascicata con le labbra – non sono collegati al sentimento, che vaga per lidi più o meno compatibili. Se poi entra una bella ragazza, il gioco è fatto: Dio lo perdoni, ma anche l’occhio vuole la sua parte.
All’estremo opposto abbiamo i mistici: oranti che s’inginocchiano e sprofondano in un rapimento estatico, da cui neanche un militante dell’Isis potrebbe mai strapparli.
A volte mi chiedo come valuti il Signore questo quadro. Dell’amore non si butta niente, cantava De Gregori: perfino quel saluto fugace, quel bacio lanciato a metà strada tra l‘icona e la donna può avere una valenza salvifica, nel cuore sensibile di Dio.

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La celebrazione eucaristica di domenica 19 novembre sarà alle ore 16.00 al Santuario nuovo

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Penne


La penna è un oggetto sempre più obsoleto. Qui, davanti a me, ho una specie di BIC, tanto per intenderci; in realtà è una Buffetti Stick Pen 1.0, che garantisce ben 1500 metri di autonomia.
Di questi tempi, è difficile arrivare a un chilometro e mezzo di scrittura. Le mie cose le butto giù sul cellulare o sul tablet della Apple, che consentono di correggere, copiare e inserire il materiale quando e come voglio. La Buffetti la utilizzo per gli appunti: chiamare il meccanico per il fanale fulminato; pensare al corso prematrimoniale; ricordarsi di Quinto e Battista (i due novantenni immortalati in queste pagine. Battista è la moglie, nonostante il nome).
Ne devono succedere di cose per completare i millecinquecento metri assicurati dall’avviso sulla scatola.
Ma il fatto che più m’incuriosisce è che questo cimelio d’altri tempi non abbia nulla della creazione originaria: plastica, inchiostro, non mettono in contatto con la vita pulsante, che scorre nelle vene, di cui ci ricordiamo ascoltando il battito del cuore, o posando lo sguardo sull’erba selvatica che cresce nell’ampio spazio verde oltre il Santuario.
È quel sentimento che bisogna riscoprire, perché il dito che batte sulla tastiera dell’iPad trovi il ritmo della forza universale che ha dato vita al cosmo e si nasconde, in qualche modo, nella Stick Pen della Buffetti con cui appunto il colloquio di stasera, il sacchetto di noci per la mamma, il Legno di guajaco della linea Tesori d’Oriente, ormai introvabile…

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Emergenze. 37

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Media


Ai tempi di Gesù non c’erano giornalisti né giornali. Potremmo chiederci se avrebbe partecipato a un talk show, o se si sarebbe fatto intervistare. Secondo me, avrebbe creato un imbarazzo tale che l’intervistatore si sarebbe interrotto, avrebbe cominciato a confidarsi e a chiedere di essere aiutato. Chissà perché Gesù è vissuto in un tempo in cui la comunicazione era così poco sviluppata. Chissà perché il Mediatore ha rinunciato ai media. Certo, sarebbe stato peggio all’età della pietra, quando ci si faceva segnali con mezzi primitivi e non c’era la parola com’è oggi.
M’immagino i titoli che potrebbero apparire: Gesù il Nazareno non risponde alle domande di Mentana; invitato al Grande Fratello, Cristo risponde che di Grande ce n’è solo Uno, tutti gli altri sono uguali; esclusivo: Gesù rifiuta di affacciarsi alla finestra di San Pietro.
Certamente avrebbe catalizzato l’attenzione, ma non si sarebbe fatto coinvolgere nel circo effimero dei network. Sarebbe stato mite e umile, ma non avrebbe ceduto al fascino delle telecamere, né si sarebbe compromesso in dibattiti fine a se stessi, centrifugati nei decibel della pubblicità. Ai tempi di Gesù c’erano dispacci e pergamene, lettere scritte a mano, e il passa parola che convince più di un tweet o di un messaggio su whatsapp.
Gesù ha scelto la croce, ma quella dei social ha potuto e voluto risparmiarsela.

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Bivio


La vita si può vivere in due modi.
Uno è proiettato all’esterno, tende a espandersi, a comunicarsi, a conquistare tutto il conquistabile. Alessandro Magno ne è l’archetipo: riduce il mondo al silenzio, come si legge nella Bibbia, poi si ammala e muore. In diverse gradazioni, molti battono la stessa strada, strappando trofei meno appariscenti ma a loro modo significativi. È uno stile che comporta una lotta, un’attitudine agonistica, e non di rado prevede conflitti, quando si inseguono i medesimi obiettivi. La fede, a volte, diviene uno strumento, è ridotta più o meno consciamente ad amuleto impiegato per vincere le sfide. La tensione è continua e l’unico riposo è quello notturno, anch’esso visitato, non di rado, dai fantasmi quotidiani.
L’altro modo è quello in cui si dirige il desiderio verso gli archetipi interiori. Prototipo della tendenza è il mistico. Qui il criterio è il raccoglimento, la concentrazione, l’impegno costante del dialogo col Dio più intimo a sé di se stessi: il Cristo re della settima stanza del Castello, il Maestro interiore che dona la vita a chi preferisce la sua amicizia a tutto il resto.
Entrambe le modalità hanno i loro punti deboli, le rinunce necessarie, un prezzo da pagare, alto o basso che sia.
Tu che mi leggi stai percorrendo l’una o l’altra strada. In ogni caso, ti auguro buon viaggio.

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