La celebrazione di domenica 23 luglio sarà alle ore 16.00 al Santuario nuovo

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La lingua perduta


Oggi non c’è attenzione per la lingua. L’italiano è diventato un ibrido, contaminato da così tanti influssi che non è più possibile, forse, un resoconto dettagliato. Eppure la lingua è comunicazione, e dunque amore. Significa che ora, in giro, c’è un amore sciatto, slegato, indifferente ai nessi, alla coerenza, alla fedeltà a una forma?
Una domanda ulteriore: qualcuno può avere un interesse per questo disordine, per una degenerazione che sembra inarginabile?
Secondo la Bibbia, Dio è il cosmo, il diavolo il caos. Dalla parola “cosmo” deriva “cosmetico”: un prodotto che propone un certo tipo di ordine, di abbellimento. Ma l’ordine di Dio non è quello delle creme o dei rossetti: un ornamento esterno, che tocca solo la superficie delle cose. È un insieme di connessioni profonde, che si implicano a vicenda e orientano a un senso generale e finale.
Il diavolo, ribelle per opzione eterna, si oppone a questo cosmo: innesca nella realtà mondana un principio antagonista, il caos. Semina zizzania (“un nemico ha fatto questo”, Mt 13,28), incrina i rapporti, confonde bene e male, disconnette ogni forma di sana relazione e, a mio parere, snatura la sintassi e la grammatica. Se non esprimo chiaramente il mio pensiero, se sono incapace di descrivere il sentire, come posso entrare in comunione con l’altro? L’agape è anche un flusso di parole comprensibili, che rischiarano la mente, rasserenano il cuore, lavorano per l’unità dell’uomo in sé stesso e degli uomini tra loro.
In principio era il Logos: la parola, la logica, il Progetto. Se perdo le parole giuste, la vita diventa un testo incomprensibile, privo di unità interiore ed esteriore. “Il mio nome è Legione”, dice a Gesù l’indemoniato di Gerasa, “perché siamo in molti” (Mc 5,9).
Cominciamo a riconoscere gli agenti esterni e interni che corrompono la lingua: servirà a capirci, a creare legami, comunione, cosmo, contro il caos seminato dal nemico.

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Oreb


Mi sarebbe piaciuto incontrare Dio sull’Oreb, come Elia. Un appuntamento con Lui, in un certo giorno, a un’ora stabilita, come si va dal dentista o dal notaio. Mi sarei accucciato dentro la caverna, prendendo coscienza solo all’ultimo, forse, di tanto avvenimento.
Avrei sentito prima un vento forte, anzi fortissimo, come se i venti di tutte le coordinate spazio-temporali si fossero radunati là, per una specie di parata. Avrei pensato, in quel momento, alle tempeste che mi hanno colto impreparato: i traumi, i peccati, le paure; le passioni sbagliate, gli eventi che a volte neanche cerchi, ma sono una specie di destino fatto apposta per rovesciarti dentro.
Poi, un terremoto. Fa sempre impressione sentire la montagna che trema come un grumo di polvere o di sabbia. Mi sarebbero venuti in mente gli scossoni passati, le crisi di fiducia, le delusioni e i fallimenti, le esperienze che fanno mancare la terra sotto i piedi e costringono a emendare, faticosamente, la visione del mondo e di sé stessi.
In seguito, un fuoco. Mi avrebbe ricordato ciò che ho bruciato in questi anni: l’ingenuità, l’entusiasmo, la purezza. Avrei pensato a tutte le amicizie, le relazioni, gli incontri finiti nella fiamma divorante dell’oblio, da cui nulla risorge come prima.
Infine, avrei sentito una voce: un silenzio sottile, inafferrabile, l’unica cosa al mondo che non puoi pensare di prendere, gestire, possedere, neanche come senso di colpa o di rimorso. Allora mi sarei coperto il volto e sarei uscito. Perché chi vede Dio muore di gioia, non vuol tornare indietro.
Sì, mi sarei coperto il volto, come Elia, perché Dio, credo, mi vuole ancora qui.

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Se fossi


Se fossi vissuto con Gesù, gli sarei stato vicino, come facevo con don Mario. Lo avrei seguito nelle sue scorribande, mi sarei preoccupato per la sua salute, avrei cercato, ogni tanto, di farlo riposare, di staccarlo dalla folla, di farlo mangiare con più calma, come facevo con don Mario. Lui, come don Mario, mi avrebbe detto che non se ne parlava, che c’era un sacco di malati da guarire, di indemoniati a cui fare gli esorcismi, di adulteri da perdonare, avvertendoli di non peccare più, se no altro che pietre.
Se fossi vissuto con Gesù, gli avrei fatto molte domande, come a don Mario. Gli avrei chiesto perché i buoni soffrono, perché il bene è così difficile da compiere, perché ci sono i traumi dell’infanzia, che poi te li porti per anni, con tanti danni per tutti. Lui mi avrebbe risposto come don Mario: questa malattia è per la gloria di Dio, per manifestare la potenza della Risurrezione, per far comprendere che la guarigione e la salvezza vengono da Lui.
Se fossi vissuto con Gesù, lo avrei difeso dagli scribi e dai sommi sacerdoti, l’avrei aiutato a rispondere, preparandomi sugli argomenti, studiando i punti deboli degli avversari; ma Lui mi avrebbe ricordato che strategie come queste sono inutili, che le risposte vengono da dentro, da una coscienza pura. Come don Mario.
Insomma, posso dire d’aver vissuto davvero, un poco, con Gesù. Di essermi occupato della sua salute, di aver cercato di rendergli la vita meno dura. Posso dire di aver imparato che l’amore va sempre più un in là, è sempre più grande di quanto ci aspettiamo.
Se fossi vissuto con Gesù, gli avrei detto di pensarci Lui, a don Mario, che io facevo fatica a stargli dietro.

Ps
Una persona a cui ho fatto leggere il brano in anteprima mi ha scritto cosi:
“E forse Gesù ti avrebbe risposto: ti ho pensato da sempre perché solo tu potevi dare a don Mario l’affetto e l’amicizia di cui aveva bisogno, per portare avanti l’opera che gli ho affidato. Eri l’abito su misura per lui”.
Magari!

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Visti da lontano


Fra molto, molto tempo, qualcuno parlerà di noi: cercherà di ricostruire le abitudini, i modi di vivere, la visione della vita propria della nostra civiltà. Troveranno, per esempio, le cuffie che usiamo per la musica, e penseranno a un sistema per isolarsi da ogni tipo di nota, di rumore; oppure, sotto un mucchio di detriti, scopriranno una vasca da bagno, associandola alla raccolta dei rifiuti; un palo della luce, che oggi illumina le vie del centro, ricorderà loro un patibolo con cui chiudere per sempre gli occhi a un impiccato.
È facile leggere al contrario.
La cabina di uno stabilimento balneare si potrebbe prendere per un deposito montano di attrezzi da lavoro; la caffettiera, per uno strumento adibito a trasformare l’acqua piovana in acqua minerale; la poltrona del dentista, per una sedia elettrica già pronta per il pluricondannato.
Ma forse non c’è bisogno di andare in là nel tempo per trovare tracce di fraintendimenti.
Capita anche oggi di fare un gesto fraterno e sentirsi dare del molestatore; di proporre un argomento di dialogo e vedersi aggredito dall’ideologo di turno; di riconoscere la precedenza o salutare in strada, e venire etichettato come debole di mente.
Tra migliaia di anni, forse, capiranno meglio una lettera di scuse, la foto di un anziano sorridente, una coperta tagliata a metà per riscaldarsi in due, nel cuore di ghiaccio della nostra indifferenza.

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Perché


Ve lo sarete chiesto certamente, in qualche momento buio della notte, nel pieno di una crisi o, semplicemente, camminando per una via del centro, tra vetrine di negozi e automobili che vi inalano gas nelle narici: perché viviamo?
Non è facile rispondere. Spesso la fretta, la paura, le nevrosi, ci fanno scivolare nel giorno come in una giostra sempre uguale, che dài e dài ci consuma, ci logora, ci stanca. Abbiamo troppi guai per soffermarci su questioni così astratte. Se siamo qui, un motivo ci sarà: possiamo solo assecondare il fato, rassegnarci al compito di gestire l’esistenza, di sopravvivere, nonostante tutto.
Le scadenze ci incalzano: pagare le bollette, nutrire ed educare i figli, rispondere alle attese del capo o di qualche dipendente, vivere, insomma, sempre sul filo del rasoio, senza capire, senza renderci conto se convenga o meno sbrigare questa pratica che ci hanno scaricato, è già abbastanza impegnativo.
Ma arriva la famosa notte, o il momento in cui pensi di non farcela, perché il giogo è pesante, nessuno può alleviartelo e tu solo puoi decidere se valga o meno la pena continuare, se tutto questo circo abbia o non abbia veramente senso.
Forse non si sa perché si vive per la perdita progressiva e inesorabile di punti fermi. Per esempio i “novissimi”, le “ultime cose”: morte, giudizio, inferno e paradiso. Se quello che faccio non influisce su niente e su nessuno, nemmeno su me stesso, quali motivazioni potrò avere, quale molla potrà spingermi a dare e a darmi come fossi inesauribile?
Ma se so che ogni gesto, ogni parola e pensiero sono scritti nel Libro della Vita, e che questo sarà letto e interpretato, coram populo, non da un giudice esterno, ma dal profondo della mia coscienza, ecco, all’improvviso capisco: so da dove vengo, chi sono, dove vado. So perché vivo.

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L’altra faccia


Proviamo a metterci dall’altra parte. Il mondo è qualcosa da distruggere; bisogna seminare zizzania, criticare con malignità, smontare il lavoro del prossimo, insinuare dubbi sulla buona fede. Programmare a tappeto una campagna di truffe, inganni, seduzioni: sembrare, ma non essere; fingere di collaborare, ma spargere sospetti e favorire delazioni; trasformare pettegolezzi, chiacchiere e calunnie in pane quotidiano, fino a minare l’integrità delle persone e dei gruppi, delle società, del mondo. Cercare i primi posti, farsi largo con le buone, le cattive e le pessime, non lasciare mai spazio né ascoltare, respingere ogni forma di dialogo e confronto. Mettere i bastoni tra le ruote, rendere impossibili gesti e pensieri di fiducia, d’incontro, di adesione. Pensare male ogni volta che si può e anche quando tutto dimostra il contrario, negare l’evidenza, misconoscere qualsiasi merito altrui solo perché altrui, distribuire generosamente invidie, gelosie, antagonismi, ogni forma di ostilità e sopraffazione, e poi urlare, straparlare, infastidire in ogni modo e luogo, come se di male non ce ne fosse mai abbastanza, e opprimere, schiacciare, stritolare con opere e parole, trasformare la Terra in un trivio irrespirabile, rovinare reputazioni ed esistenze, ignorare, irridere, esporre ingiustamente al pubblico ludibrio, disprezzare il deposito eternamente giovane della tradizione in nome di un “nuovo” vecchio e rancido come il peccato.
Questo è il pensiero del demonio. È lo scenario contemplato dall’altra parte della barricata. Si sconsiglia vivamente di allungare una mano, di sfiorare anche il minimo dettaglio, la più nascosta pennellata di questo disegno alternativo: ci si potrebbe trovare risucchiati nell’altra faccia del pianeta, quella che la sana teologia definisce ancora oggi “inferno”.

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Altri tempi. 1

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Vorrei


Il mondo che vorrei sarebbe come il nostro, salvo alcuni, piccoli dettagli. Vorrei che la mattina ci si alzasse col desiderio di renderlo migliore. Vorrei che molti di più credessero alla voce che parla nell’intimo di ognuno: che si facesse più silenzio, per ascoltarla meglio, che provassimo a smorzare le fonti di rumore, gli strumenti di distrazione di massa a tutti tristemente familiari. Vorrei che il grande commercio perdesse definitivamente la sua anima, la pubblicità: ridotto a materialismo nudo e crudo, farebbe, a mio parere, meno danni. Vorrei che ognuno rispettasse la sensibilità dell’altro, ma senza cadere nelle maglie del politically correct: dirsi le cose, aprire spiragli, scoprire scenari imprevedibili, ma con l’umiltà di chi sa che l’ultima parola non è sua prerogativa. Vorrei che la povertà fosse una scelta di spiriti liberi e non una catena per gli oppressi. Vorrei che i mezzi di comunicazione sociale fossero, appunto, mezzi, e non secondi o terzi fini. Vorrei che il sospetto si fondasse su basi meno fragili, e non sull’idea che l’altro, fino a prova contraria, mi è nemico. Vorrei che l’arte fosse insegnata come qualcosa che non sfiora gli occhi, ma li apre. Vorrei che si parlasse di bontà e bellezza come si parla di calcio o di politica. Vorrei che l’idiozia fosse idiozia e l’intelligenza intelligenza: le contaminazioni, in certi casi, possono rivelarsi micidiali. Vorrei che dell’amore si parlasse dopo aver contato fino a dieci. Vorrei che Dio fosse più noto dell’insegna della farmacia, e che tutti potessero averlo come medico di base. Vorrei che il mondo fosse come desidera veramente essere, e forse non lo sa.

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Meglio prenderla a ridere. 6

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