L’esatto contrario


Una cosa si può fare in molti modi. Uno pensa di essere se stesso, di mobilitare le energie migliori, si compiace della propria intensità e creatività, dell’impiego dei propri talenti, di una sensibilità sempre ai limiti della capienza del cuore, e poi scopre d’aver guardato dalla parte opposta a quella della propria identità.
Meglio tardi che mai: il cosiddetto buon ladrone sta lì a ricordarci che basta un attimo di verità per salvarsi la vita.
Un altro dice: vabbè, ma come la mettiamo con tutta l’esistenza vissuta a rincorrere fantasmi? Caro mio, ricordati della scena della Pasqua; tutti corrono: la Maddalena, Pietro, il discepolo che Gesù amava. L’essenziale è arrivare a quella corsa, all’inizio o alla fine non importa. Ciò che conta è che, prima di morire, tu passi dai fantasmi alla vita del Risorto: il Consistente, il Vivente, il Primo e l’Ultimo, Colui che capovolge la storia nel suo esatto contrario e rimette ogni cosa al posto giusto.

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Servire o servirci (Mc 1, 12-15)

da qui

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Imperfetto perfetto


Un sentimento comune è quello di non farcela. Ognuno di noi ha limiti, difetti, la naturale falla che si apre nel sistema-persona. È un classico scoprire il punto debole anche nei tipi in apparenza più impeccabili. Un dettaglio trascurabile, magari, agli occhi meno esperti, ma indubbiamente è là, a ricordarci che perfetto è solo Dio.
Ciò può provocare un senso d’insoddisfazione, e invece è salutare. Chi splendeva di più è diventato la tenebra per antonomasia: Lucifero, il portatore di una luce falsa, praticamente una patacca.
Ma Cristo non ci lascia in balia delle nostre imperfezioni. Lui parla chiaro: da soli non ce la faremo, anche impegnandoci allo spasimo. Con Lui è tutta un’altra storia: della salvezza, come dicono i teologi che hanno ancora un po’ di sale in zucca.

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Tu sei


La gioia è difficile trovarla. Giri di qua, di là, e scopri al massimo risate sguaiate. Perché la gioia è superarsi, lasciare che sia un altro a prendere le redini. L’allegria è un’altra cosa. Anche questa non è poi così frequente: il correttore automatico, infatti, mi ha sostituito la parola. Ha messo Algeria. Magari lì sono felici, ma non credo.
La gioia sei Tu. Un Dio è gioioso per principio. Perché è Dio. Uno che gioisce non critica, si abbandona all’onda della vita che lo attraversa volentieri, perché alla vita piace vivere, naturalmente.
Ci inviti alla gioia, a perderci in Te, nella tua capacità di metterti da parte, di renderci importanti. L’amore è fare spazio. Gli ebrei lo chiamano “zim-zum”: il ritrarsi, perché l’altro sia.
Io sono perché Tu sei l’Io sono. E lasci che io sia.

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La celebrazione eucaristica di domenica 18 febbraio sarà alle ore 16.00 al Santuario nuovo. Alla Sacri alle ore 11.15.

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Qualcosa è cambiato


Siamo creativi. Abbiamo voglia di cambiare, inventare, dare un colore tutto nostro al mondo, perché dalla pennellata di ciascuno esca fuori un quadro sempre nuovo. In questo, abbiamo preso dal Creatore: ci ha fatti Lui, e qualcosa in comune dobbiamo pure averla.
Eppure, proprio con Lui, siamo piatti, monotoni, ripetitivi. Sempre le stesse formule, gli stessi gesti, l’identico modo di fare e di parlare. E se si stancasse? Se pensasse: ma questo qui, questa qui, incontra me o timbra un cartellino?
La svolta sarebbe alzarsi la mattina e decidere di fargli una sorpresa, regalargli un sorriso, qualcosa che ormai non spera più.
Oggi lo guardo negli occhi e gli dico che mi sta simpatico, più delle suore da cui vado a celebrare.

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Il Segno


Abbiamo paura. Paura di perderci. Paura che ci accada qualcosa. Paura per principio. Una ragione c’è sempre: se esco in strada, un’automobile mi può investire, un pazzo o un terrorista mi possono sparare, qualcuno può prendermi la borsa dove tengo un libro introvabile che leggo quando ho tempo.
Ma il motivo è un’altro: può aggredirmi il male vero, di cui parla Gesù nel Padre nostro. “Ella passa-n men Bisha”, si dice in aramaico: allontana da noi il Cattivo. È lui che cerca di distruggerci, che si insinua in un pensiero, un’immagine, una suggestione. Ecco perché i Padri raccomandavano di chiedere ogni volta: sei dei nostri o sei dell’avversario?
Comunque c’è un trucco, ma non lo dite a nessuno. Facendo il segno della croce con fede sincera, siamo protetti da ogni lato: satana non trova più una porta dove entrare.

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Pater


Preghiamo senza sapere o capire, né sentire. Se ci fermassimo, ad esempio, sulle sette invocazioni contenute nel “Pater”, rimarremmo sorpresi dalle infinite risonanze. Lascio a voi questo esercizio utile, coltivato da Padri della Chiesa e autori spirituali d’ogni genere e grado.
Mi limito a indicare il punto in cui si dice: venga il tuo regno. Innanzitutto si dovrebbe dire: “venga la tua regalità, la tua sovranità”. Poi è chiaro che siamo sullo stesso piano dell’annuncio di Gesù: il regno di Dio è vicino, che andrebbe tradotto – essendo il verbo al perfetto – “la tua regalità si è avvicinata”, dunque è qui; perché hai sconfitto le potenze del male.
E allora, se proprio volessimo cambiare qualcosa di questo testo sacro, e di per sé inviolabile, potrebbe essere il tempo: il regno di Dio è venuto, il cielo è già sceso sulla terra.
Qualcuno se n’è accorto?

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Ciechi


Gesù guarisce i ciechi. Deve essere stato fantastico, per loro, vedere il mondo all’improvviso, con le sue forme e i suoi colori; poter fermare lo sguardo sui dettagli: innamorarsi di un petalo di rosa, una nuvola strana, un piccione che si gira di scatto. Forse il loro primo pensiero è stato un “grazie”. La gratitudine per la bellezza è qualcosa di congenito, un impulso che sguscia dal fondo dell’inconscio e si deposita felice sulle labbra.
A volte viviamo a occhi chiusi, sepolti in sentimenti cupi, oscuri, una nebbia che impedisce di vedere il mondo. Brancoliamo nelle vie senza uscita di rancori, complessi, voglie di rivalsa. Dovremmo rivolgerci al Messia, come i ciechi di un tempo; liberare il coraggio di invocarlo, con la stessa fiducia dei bambini: Signore, che io veda! Ci accorgeremmo, allora, dei colori, degli odori, dei sapori del mondo. Dei regali che ci arrivano dal Cielo, in ogni istante.

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L’abito


Don Mario aveva un chiodo fisso: l’abito su misura. Poveretto: in un mondo fatto di standard, dove hanno successo soltanto i replicanti, era un pesce fuor d’acqua. Ma lui, fuor d’acqua, ci stava a meraviglia. “Vi farò pescatori di uomini”, diceva Gesù: pesci fuor d’acqua, dunque, pescati all’amo della grazia, morti e risorti in un’altra dimensione.
Mi viene da sorridere pensando all’evangelizzazione: diciamo una cosa e ne intendono un’altra; parliamo del cielo e pensano alla terra. Gesù è come don Mario: un sarto raffinato, che su tutti cuce un vestito originale, un modello irripetibile. Ma gli uomini e le donne preferiscono le divise del mondo ai tagli dell’alta sartoria.
Signore, sono pronto a indossare il mio vestito, per essere come don Mario aveva detto, da profeta, tanto tempo fa.

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